Tragipartenopeità

Mi scava nel profondo zone vive
elabora ogni forma di vissuto
mi pervade
è lì che sembra morta
e invece uccide un io dimesso e stanco
che cerca appigli senza conseguenze
ma queste hanno il sentore della fine
_da sottacere la parola morte_
                              
È lì che cova le sue tarantelle
d’estinzione
il nodo più si stringe
e il tentativo d’allontanamento
è un fuggifuggi da quella che sono
in disperata cerca di quell’altra
che avrei potuto essere ma che
quasi non nata
esige il suo battesimo di pietra
                              
Si scolorano
il ballo, il viso, gli abiti di scena
un lento rimestare in quel che fu
palco in affondamento
il mare in un rigurgito di sale
quando con gli occhi
si chiuderà il sipario
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Non serve il ricettario

                
                
In queste zone brulle
si perde il gusto della traversata
allegorie di chicchere e posate
la cuoca ha cucinato quattro versi
spadellato sonetti tra i fornelli
per non lasciare senza sussistenza
la mente affaticata
                    
zone deserte in mezzo alla cucina
un tavolo accampato tra le dune
la donna dei miraggi
vorrebbe darsi all’ippica
e invece di montare albumi e panna
disseminare sillabe d’azzurro
in groppa ad una nuvolacammello
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Halcón d’Eleanor

 

https://i0.wp.com/lampedusa.me/wp-content/uploads/2014/03/falco_eleonorae.jpg

Nell’angolo del cielo di settembre
scriveva fiori audaci sulla rupe
quasi arreso
nei suoi pesanti giorni

planava in cerchi stretti
e per un trillo
una misura di parole arcane
accendeva momenti nel reame
ma nulla fu compiuto

sotto grondaie di pioggia
sperava un nuovo cielo di galassie
l’amore rifiorito sulle ali
in cima al mondo

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Di versi che formattano la vita

arrivano composti
e sullo schermo sembrano parole
disposte in forme statiche
come in un trompe-l’oeil
ma sono varchi per condursi altrove
in panorami illuminati a salve
                          
fomentano versioni in lingua ignota
allegorie da cantastorie
quasi da ribaltare
e riadattare al battito del tempo
circondano ogni foglio ed ogni schermo
tuttavia
se un’agonia di sillabe
sottrae luce e talento
si muore di battute tralasciate
in campi seminati di tastiere
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L’opera al bianco

Estinto il rogo, nasce dalla cenere
quella che sembra un’araba fenice
ma è la cicogna dall’uovo mercuriale
ad annunciare il sorgere del sole
_si risorge soltanto se si muore_

è lì che si diventa reversibili
nell’incendiarsi delle cose tutte
nell’atanor del cielo
dove si spegne il sangue
e si diventa stelle

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Questo è tergi_versare (la poesia richiede altro coraggio)

 

Squillano fiori nei giardini
fioricosa
innaffiati al mattino col caffè
nel cabaret delle abitudini
si recita il soggetto dei copioni
siamo gli illusionisti delle foglie
_gli oppressi vanno al macero
in un perenne autunno spaventoso_
così lontano dalle nostre case
il fuggifuggi delle vittime
cadute dagli aerei
fioriture di sangue sull’asfalto

nei giardini dell’odio
s’innaffiano a petrolio
contratti disumani
si lascia il campo libero ai tiranni
_quanti barili valgono una vita?_

Quante donne saranno trucidate
quanti giovani saranno incarcerati
_le bestie hanno chi fabbrica e progetta
strumenti di tortura_
quanto sarà bevuto rosso e vivo
il cuore degli insorti?

Tutto per farci stare zitti e buoni
ad acquistare cibi al supermarket
obesi di silenzio
io pure taccio e mi rimpinzo di serie tv
sono la peggio
_come si dice in questa mia città_
che pure se mi adiro ai malfattori
ho solo l’invettiva del momento
poi me ne vado a letto
e sogno fioriture d’insipienza

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Significati parziali in partiture siderali

Non si può mai definire una cosa
per intero
perché fatta di tempo e mutamento
_bisognerebbe darle un altro nome
ad ogni istante in cui si manifesta_
nomi senza confini
scritture senza regole e grammatica
in alfabeto sacro
coreografico
linguaggio luminoso universale
che in una sinfonia di percezioni
risuonerà nel centro di chi siamo:
casse armoniche
minimizzate dal pensiero fossile
che nemmeno la scienza sa scalfire
pensiero che inciampando su se stesso
cerca rifugio nella fantasia
_fiabe e progetti, sogni e creazioni_

Ma di ciascuno
anche se appare muto
il vero sé
sa ch’è la mente il suonatore
e che il cervello
è il suo incommensurabile strumento

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Periferie da eludere e immanenze

Girare al largo
dalle muraglie di graffiti
_i punti oscuri della propria vita_
dalle insidiose retrovie del cuore
come dalle fascinazioni che improvvise
fanno scrittura e sanno di parole
che allappano la bocca

se mi nasco da sola in questo tempo
nel limbo d’una casa
distante da tragedie universali
_l’occhio non vede, l’anima non duole_
forse rimango piccola ed esclusa
e nelle intermittenze della luna
sparisco a quel che siamo:
isole sperse nel mare di fuliggine
sotto la cappa che una volta il cielo

noi che apprendemmo a simulare pace
ad invecchiare dignitosamente
a persuaderci che
non temiamo la morte
ma solo il nulla e la dimenticanza

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A scanso di equivoci: è solo una pia favola

Ma vorrei
e quanto lo vorrei
sapermi nata
da una stella lontana, sapientissima
una brillanza che mi partorì
e che mi trasferì su questo mondo
perché imparassi a camminare i piedi
avessi braccia per amare e
la mente per conoscere e imparare

forse per ritornare
dovrò salire su una scala mobile
sul raggio che preleva il nucleo assorto
di questa me di cui conosco poco
e la riporta sulla stella madre
che le riveli il molto

il tutto no
perché le stelle sanno anche la fine
e che l’eternità
è una catena d’infinite morti
una catena d’infinite vite

 

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Matrix 

Uscimmo insieme dalla stessa porta
anime in fuga dall’appiattimento
_di codici ammuffiti è pieno il mondo_
e valicammo asperità
guadammo sogni
imparammo il solfeggio delle onde
il divenire sabbia della roccia
il lascito dolente dell’assenza

ci guidava una forza sconosciuta
che partiva dal centro della vita
fiammeggiava negli occhi
e come lava
tracimava d’immagini e parole
in un fluire vorticoso, ardente

con mille nomi firmavamo il vento
gli affidavamo il fiato
perché lo trasportasse oltre le nuvole
e scrivevamo il nostro luccicare
sulle barriere d’ombra
_la speranza che il tempo
fosse la culla dell’eternità_

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Antipoesia

 

Fiori
vi coltivavo. Ora non più.
Cani e gatti
vi amavo. Ora non più.
E non perché vi sono ostile
ma per un senso d’allontanamento
da tutto quanto che
vivrebbe di per sé
se non fosse costretto dentro un vaso
se non fosse viziato in un salotto.

Metto i punti
al termine di frasi
in un adeguamento interpuntivo
per tralasciare spazi inutili.

Sono uno sterpo anch’io
come quelli stanziali sul balcone
il cane senza casa né padrone
il canarino evaso dalla gabbia.

Qualcuno suggerisce depressione
profetizzando distopie
che sono già in agguato, ma
nel chiarimento che devo a me stessa
oso rivendicare la distanza
tra l’utopia della bellezza
e la bruttezza della cosa certa.
Sapete bene quale.

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parodiando

 

https://ancorapoesia.wordpress.com/2014/06/25/petrarchesca/

 

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Verdure, frattali, metalli e qualche fu…

 

 

una corazza taglia 48
su cicatrici cantilene
e nell’interno 
infissa
una piccola luna di titanio
a puntellare la tenuta stagna
ma non è
l’eroe dall’armatura scintillante

è un essere bizzarro
che per inflorescenze strutturali
potrebbe somigliare a un cavolfiore

in espansione libera
se fosse radicato nella terra
e non avesse al centro 
un flusso estemporaneo
da scaturire fiori e fulmini
percorsi verticali
simmetrie
donne di marmo e fiumi di coriandoli
in un perenne carnevale autoctono

in passato
frammentazioni ludiche
apparizioni magiche
fornirono sospetti 
prove indiziarie da verificare

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L’acrobata

mi osservo quasi che fossi un’altra 
quando asserisco che la vita è bella
dimentica di lutti e di tragedie
e son la stessa che rimiro il mare
i colli, le montagne, i fiori, i visi
rapita da ogni sorta di splendore

mi domando
chi sono quando penso alle sciagure
ai mille modi in cui sfiorisce e muore
un essere di sole

ecco son io
la matta che si veste da persona
una funambola sul filo

teso tra l’apparenza e la realtà
in continuo procinto di cadere
nella mostruosità della bellezza
che inganna e sbalordisce
e fa da contrappeso alla ragione

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Agrilirismo

un prato
_visualizzarlo verde smeraldino_
mughetti e fiordalisi a punteggiarlo
e lì una donna dai contorni labili
_immaginare un ologramma_
in sospensione sul tappeto d’erba
versione leightoniana fiammeggiante
nel levitare ridere di sé

che poi fingendo d’essere poeta
infiorava di metri muri a secco

quasi che affabulando inquadrature
potesse incorniciare l’esistenza

sulla collina pecore
sofferenti d’insonnia vespertina
imparruccate a nuvole saltavano steccati
contandosi da sole ad una ad una

prima di tramontare
prima che si svanisse nella notte
ovini, donne, fiori, staccionate
fissarli in una scena pastorale
crepuscolo di villici e poeti
_gli eroi, i semidei, gli dei
già tutti tramontati_

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il giromondo della luce

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In solide apparenze

“…in definitiva, la realtà della quale possiamo parlare
non è mai la realtà in sé, ma una realtà filtrata
dalla nostra conoscenza…”  Werner Heisenberg

nello spazio di vita in cui m’aggiro
l’aria è una sinfonia di oggetti e quadri
_esistono nel mentre che li guardo_
prima non c’eravamo  
né l’osservato né l’osservatore
in quel contesto

i sensi
attivano perimetri di casa
_il pavimento, quando ti distrai
sparisce in un bisbiglio di piastrelle_
il camminare origina pareti
crea le porte
attraversarle è un gioco di respiro
in un continuo andare e ritornare
dai labirinti della mente al suolo
un filo alla ricerca d’Asterione

e l’io
eroe perfetto della decadenza
è il mito di se stesso
il narratore delle sua esistenza

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Diversamente mobili

Ci sono sedie sparse
brave sedie rimaste senza tavolo
nessuno ormai si accomodava
_se avessero ricordi, che razza di ricordi
potrebbero mai avere?_
Scommetto che lo state immaginando
e sì, piccoli e grandi
figli, amici, ospiti occasionali
impronte sui cuscini a protezione
delle sedute in paglia

indubbiamente
sono la chiara rappresentazione
di ciò ch’è stato e non è più essenziale

forse provano invidia del divano
che ancora accoglie qualche fondoschiena
in vestaglia da camera e ciabatte

ma le sedie
non essendoci feste e commensali
sono inquietanti l’una sopra l’altra
mi piacerebbe, come per magia
vederle andare via, darsela a gambe

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Poesia terraterra

Non c’è consacrazione
a scrivere la lista della spesa
a fare spaghettate all’aglio e olio
a strofinare bagni e lavandini
a sciorinare panni sul terrazzo
non c’è rima
tra bollettini e tasse da pagare
acquisti online
e via dicendo di siffatte cose

ma se avessi
studiato come cingermi d’alloro
sarei la dicitrice dei tegami
_perché, detto tra noi, fare il bucato
soffriggere ciambelle e patatine
baciabbracciare figli e nipotini
sono patenti per vagabondare
a piedi e versi sciolti nelle stanze

la verità, lo giuro a tutto tondo
è che mi rendo immateriale, astratta
contro la me che stesa sul divano
galleggia tra cuscini e palandrane
lo giuro e lo rigiuro
che scrivo un salvagente di parole
soltanto per salvarla
dal lento sprofondare  

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Di anatidi e volponi

Le disse: vieni qui bell’oca grassa
che forse ti addomestico per bene
e ti allestisco la vetrina
disse: odio le oche in genere ma tu
se mi pagassi con il tuo piumaggio
non soltanto l’omaggio ti darei
ma qualche buona luce d’attrazione
_che ne diresti di un faretto blu?_
Così dicendo pregustava il pegno
un’ottima porzione della rendita
vacanze e tredicesima comprese.

Ma lei fuggì di notte e prese il treno
non potendo contare sulle ali
_le remiganti flosce per l’inganno_
un lungo viaggio
fissando il buio dal finestrino

il fischio la svegliò
scese e percorse tutta la stazione
finché uno specchio si parò davanti
: un cigno la fissò
e mentre un altro già spiccava il volo
prese l’abbrivio
e si staccò dal suolo

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