Le vecchie madri nei giorni della merla

 

Finita la più parte d’esistenza
si svegliano dal coma delle favole
e se ne stanno in bilico sul ramo
ad imbeccare il vento che lo spezza

e tuttavia resistono
nei giorni del non detto
quando parole e gesti sono lenti
: negli anni sottaciute verità
hanno scavato e inaridito il petto
paralizzato braccia
spento il resto

cambiare vita non si può
né ritornare indietro
si può solo tentare di resistere
nell’ombra della propria umanità
a chi ne avversa libertà e diritto

ma nel proclama
che solo il sacrificio e la pietà
consacrano le donne mogli e madri
le si condanna al gelo
a naufragare in una goccia d’acqua

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La donna invisibile



                                
Di lei che va sparendo
attrice senza fama e senza gloria
d’un film di soli titoli di coda
una platea di franchi pensatori
dimentica le scene entusiasmanti
e annota solamente le carenze
niente delle fatiche
niente di tutti i draghi che affrontava
dello strenuo curare, degli abbracci
dell’amore che dava
al meglio che poteva
e che insegnando a vivere
per prima lo imparava
                               
È diventata una spersona
la guardano e non vedono che un’ombra
una sagoma senza la sostanza
                             
di lei restano stralci d’esistenza
la donna è andata persa
come se mai fosse vissuta
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La voce umana

da “Coordinate semplici”

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  Passato il dì di festa, capre e cavoli

                                           

Capisco solo adesso
il nesso tra l’agnello e la verdura
in sincrasia
sopra la casapanca: un’esse sola
fa nesso e mescolanza
contenitore e stanza, delle feste
rimane l’insalata di rinforzo.
                                   
A Spaccanapoli
c’era una volta una bambina che
viveva nella strada dei pastori
un’Haidy con il nonno falegname
che la portava a Mergellina
_le sorrideva il mare
e dai presepi solo pecorelle
a farle ciao_
                              
nell’imbiancare assorto
stanno poeti ovini e cavolfiori
ad invecchiare nelle casepanche
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Mi ripeto (ammiccamento recidivo e pretestuoso)

 

iterativa ricorrente ciclica
sono una partitura replicante
_spaccio parole ed esse lo confermano
in ricadute anadiplosiche_
diciamocelo chiaro tra di noi:
scrivo le stesse cose da che sono
in grado di fiatare
e respirare non è forse il massimo
ripetersi di un fatto?

Emmenonomale! Ché se non ci fosse
io stessa non sarei.
Ma dato che ci sono
do per certo
che nell’eterno andare dire e fare
e tutti gli infiniti a coniugare
è bene che ci sia la ridondanza
essendo conseguenza
dell’esserci di spirito e sostanza

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Consuntivi

                              
dal passato recente
al prossimo futuro
lancette che dispongono nell’aria
una folata di malinconia
— nessuno danza —
                             
non basta una nottata a capovolgere
un’esistenza di fatica
_sembra sia stato vano sopravvivere
amare, confidare, rinunciare
scrivere la mia vita inutilmente_
ora vorrei soltanto riposare
e prendere distanze
                                 
una persona non diventa buona
solo perché morente o perché morta
                               
né cattiva
se per tutta la vita è stata buona
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Decima dimenticanza

spiccioli di foschia
versati nel cappello
un’amnesia di taglio piccolo
un’elemosina di luce
ai vecchi che sbiadiscono
sul precipizio dei ricordi

gli dei stanno minuscoli al confine
senza tasche
ma furono schivati
dai giovani che andarono per primi
e sanno che
da qui all’eternità
c’è solo un fiato a rendere

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Scherzavo

e andavo ripetendo che i malanni
non sarebbero stati sufficienti
a farmi fuori
e che dovranno farlo a cannonate
per abbattermi

ma non era da prendermi sul serio
potrà bastare un fulmine gentile
: ho le pareti fragili

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Gatti non fummo a stare in una scatola

monumenti
eroi fusi nel bronzo
angeli tratti a forza dalla pietra
figure a guardia della notte
per contrastare la dimenticanza
l’umana inconsistenza

niente è stabile
il mondo cambia mentre lo si guarda
e nella dissolvenza
gli osservatori sono gli osservati
persi nel magma delle cose tremule
a tentare le sorti del possibile

nell’indeterminato
un ultimo respiro ed un vagito
si sta
contemporaneamente vivi e morti

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Da chissà quale distanza

da un verso che si avvinghia sulla carta
parole come artigli
irrompono in risvolti metafisici
_servissero ad un’aquilapoesia!_
e le tragedie
i lutti
il farsi vecchi
lo stare tra la fossa ed il veglione
col solito ottimista che proclama
“andrà tutto benone”
è la classica trappola per tropi

nessuna lingua è adatta a designare
un’anima irrequieta
e ciò che viene scritto è un tranquillante
per vincere il disordine mentale
un espediente per non farci voltare:
facciamo ombre che non ci somigliano
mostri di carta straccia che c’inglobano
sversati sulle pagine
ridotti in coccisillabe

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Strategie dell’esilio

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Giungere a foce

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finito il progettare
la mano è un fiore di falangipetali
appassita
_nemmeno un’ape vagabonda
vi s’incaglia_

dal sovrastante scaturire
il fiume
trascina le parole come giunchi
nell’inchino dei salici piangenti
otre le rapide

figli di guardia alle golene
fanno da casa e argine
ai vecchi pescatori senza barca

 

 

 

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A fine partita

 

giunge il momento dell’arrocco
e il re della casella matta
sovrano d’un centimetro quadrato
è nell’abbiocco. La regina esiliata
sta nell’esiguità dei panorami
gli occhi hanno smesso di verificare
amori e spazi.
Sta di guardia alla nebbia
: che non invada tutta la scacchiera
una regina smessa
una testa reclina sui pensieri
caduti tutti, e persa.

 

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Allontanarsi dalle zone d’ombra

                                       
                                           
dovrei distogliere lo sguardo
da quella stupida figura che
si sta fingendo vecchia
bannarla dagli specchi
                                                     
dovrei sottrarla all’invasione dei perché
alle palpitazioni fuori sincrono
ai pensieri che oscillano
tra fendenti di luce e ciò che capita al corpo
                                                          
questo dovrei fare
di guardia all’intelletto
battere a spada tratta la follia
la depressione della decadenza
                                   
e per amore
vivere ancora appieno
per i figli gli amici e tutto quanto
è dono, abbraccio, una parola detta
per distogliere il tempo
la mano di un bambino che accarezza

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Latitanza

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Assenza di frecce direzionali

                                  
non servono maniglie
alla porta sul varco del respiro
né cartelli
l’attraversano ipotesi di soglia
_nulla è certo per nuvole e fantasmi_
ma se da un luogo rarefatto ignoto
ci guardano benevoli
noi prigionieri della gravità
che scriviamo l’amore sulla sabbia
e abbiamo solo l’aria da abbracciare
forse siamo
l’impronta d’ogni vita
la memoria latente
d’una comune appartenenza
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Dalle rive della vita

 

https://www.occhionotizie.it/wp-content/uploads/2021/08/cielo-780x470.jpg.webp

il cielo è uno scenario multiforme
un tempo senza date
una casa di nuvole e di stelle
di tutti che ci amarono ed amammo

sotto la volta a perdita di vista
orfani tutti: genitori e figli
travolti dal dolore dell’assenza
fingiamo d’esser vivi, nell’attesa
che sia svelato quando come e dove
quel sovrastare avvolga ogni presenza
e che la morte è solo un mutamento

noi che ci sembra nascere e morire
fioriti e compattati in forme note
in vibrazione d’atomi e fotoni
siamo l’occulta luce del mistero
nell’incessante divenire
uomini e Soli

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A parte i nomi

quelli che come me respirano piano
_minimi sorsi d’aria_
il mare piatto in petto
sorvolano detriti di rimpianto
portano in salvo sulle proprie sponde
orme lievi di passi e di conchiglie

affiorano piumaggi scaglie foglie
pagine dilavate e qualche verso
noi che vedemmo affievolirsi i giorni
mentre la mente navigava altrove
stanchi di scandagliare abissi
viviamo le ninfee di superficie
sfioriamo il luccichio della ragione
quel tanto che permetta essere vivi

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Sintesi d’esistenza

Io cominciai col credere alle fate
ai cherubini ai santi ai miti
ai librisacri ai salmi ai cantici d’altare
cedetti alle lusinghe delle favole
a tavole medianiche
a sedicenti guru dell’altrove
lessi di riti, alcuni li espletai
pregai gli dei di cupole e pagode
mi parve si sentire delle voci
di vedere fantasmi d’altre vite
ero bambina
ignara tra gli ignari
_adulta tra gli adulti mai cresciuti_
sedotti da un futuro oltre la morte
giardini di delizie, eden, nirvana
paradisi di arcangeli ed urì

poi capitò che fossero scienziati
a darmi chiavi per capire il mondo
_almeno un poco nello spaziotempo_
mi seppi un’insiemistica di quanti
un sito per fotoni
una forma di mente e di sostanza

lessi trattati, saggi, riflessioni
non tutti li capii, molto intuii
mi liberai da fideismi e gioghi
vidi le mie lacune
_l’ignoranza del gregge, il marchio del pastore_
l’ardua fatica del pensare logico

e nell’oscurità si fece strada
un brivido di luce
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Forse si cerca quel che già si sa

Desideravo il massimo chiarore
il senso naturale, il nesso originale
ma tutto ciò che penso dico scrivo
ha il marchio del già dato
un minestrone estetico antologico
il rimessaggio d’ogni mente umana
dal paramecio al genio einsteiniano

e nell’affioramento di nozioni
annaspo in nubifragi di parole
_sento gridare il mondo e i suoi dolori_
mi lascio attraversare dalle voci
i volti amati, i vincoli sbiaditi
siamo la sabbia e il mare
la riva del passato continuamente erosa

tutti presenti nella stessa storia
d’un futuro anteriore

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