Giungere a foce

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finito il progettare
la mano è un fiore di falangipetali
appassita
_nemmeno un’ape vagabonda
vi s’incaglia_

dal sovrastante scaturire
il fiume
trascina le parole come giunchi
nell’inchino dei salici piangenti
otre le rapide

figli di guardia alle golene
fanno da casa e argine
ai vecchi pescatori senza barca

 

 

 

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A fine partita

 

giunge il momento dell’arrocco
e il re della casella matta
sovrano d’un centimetro quadrato
è nell’abbiocco. La regina esiliata
sta nell’esiguità dei panorami
gli occhi hanno smesso di verificare
amori e spazi.
Sta di guardia alla nebbia
: che non invada tutta la scacchiera
una regina smessa
una testa reclina sui pensieri
caduti tutti, e persa.

 

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Allontanarsi dalle zone d’ombra

                                       
                                           
dovrei distogliere lo sguardo
da quella stupida figura che
si sta fingendo vecchia
bannarla dagli specchi
                                                     
dovrei sottrarla all’invasione dei perché
alle palpitazioni fuori sincrono
ai pensieri che oscillano
tra fendenti di luce e ciò che capita al corpo
                                                          
questo dovrei fare
di guardia all’intelletto
battere a spada tratta la follia
la depressione della decadenza
                                   
e per amore
vivere ancora appieno
per i figli gli amici e tutto quanto
è dono, abbraccio, una parola detta
per distogliere il tempo
la mano di un bambino che accarezza

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Latitanza

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Assenza di frecce direzionali

                                  
non servono maniglie
alla porta sul varco del respiro
né cartelli
l’attraversano ipotesi di soglia
_nulla è certo per nuvole e fantasmi_
ma se da un luogo rarefatto ignoto
ci guardano benevoli
noi prigionieri della gravità
che scriviamo l’amore sulla sabbia
e abbiamo solo l’aria da abbracciare
forse siamo
l’impronta d’ogni vita
la memoria latente
d’una comune appartenenza
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Dalle rive della vita

 

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il cielo è uno scenario multiforme
un tempo senza date
una casa di nuvole e di stelle
di tutti che ci amarono ed amammo

sotto la volta a perdita di vista
orfani tutti: genitori e figli
travolti dal dolore dell’assenza
fingiamo d’esser vivi, nell’attesa
che sia svelato quando come e dove
quel sovrastare avvolga ogni presenza
e che la morte è solo un mutamento

noi che ci sembra nascere e morire
fioriti e compattati in forme note
in vibrazione d’atomi e fotoni
siamo l’occulta luce del mistero
nell’incessante divenire
uomini e Soli

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A parte i nomi

quelli che come me respirano piano
_minimi sorsi d’aria_
il mare piatto in petto
sorvolano detriti di rimpianto
portano in salvo sulle proprie sponde
orme lievi di passi e di conchiglie

affiorano piumaggi scaglie foglie
pagine dilavate e qualche verso
noi che vedemmo affievolirsi i giorni
mentre la mente navigava altrove
stanchi di scandagliare abissi
viviamo le ninfee di superficie
sfioriamo il luccichio della ragione
quel tanto che permetta essere vivi

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Sintesi d’esistenza

Io cominciai col credere alle fate
ai cherubini ai santi ai miti
ai librisacri ai salmi ai cantici d’altare
cedetti alle lusinghe delle favole
a tavole medianiche
a sedicenti guru dell’altrove
lessi di riti, alcuni li espletai
pregai gli dei di cupole e pagode
mi parve si sentire delle voci
di vedere fantasmi d’altre vite
ero bambina
ignara tra gli ignari
_adulta tra gli adulti mai cresciuti_
sedotti da un futuro oltre la morte
giardini di delizie, eden, nirvana
paradisi di arcangeli ed urì

poi capitò che fossero scienziati
a darmi chiavi per capire il mondo
_almeno un poco nello spaziotempo_
mi seppi un’insiemistica di quanti
un sito per fotoni
una forma di mente e di sostanza

lessi trattati, saggi, riflessioni
non tutti li capii, molto intuii
mi liberai da fideismi e gioghi
vidi le mie lacune
_l’ignoranza del gregge, il marchio del pastore_
l’ardua fatica del pensare logico

e nell’oscurità si fece strada
un brivido di luce
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Forse si cerca quel che già si sa

Desideravo il massimo chiarore
il senso naturale, il nesso originale
ma tutto ciò che penso dico scrivo
ha il marchio del già dato
un minestrone estetico antologico
il rimessaggio d’ogni mente umana
dal paramecio al genio einsteiniano

e nell’affioramento di nozioni
annaspo in nubifragi di parole
_sento gridare il mondo e i suoi dolori_
mi lascio attraversare dalle voci
i volti amati, i vincoli sbiaditi
siamo la sabbia e il mare
la riva del passato continuamente erosa

tutti presenti nella stessa storia
d’un futuro anteriore

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Destrutturazioni

È l’ora che si sta
nel defilarsi delle pantomime
in attesa dell’ultimo trasloco
_il camion vuoto_
l’ora che si dissolvono le cose
date e strade

la nebbia cala sul pensiero logico
ci si sorprende immobili
a compensare scampoli di vita
_il soffio è già rumore_
e confidando agevoli evasioni
ci si respira piano

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Tragipartenopeità

Mi scava nel profondo zone vive
elabora ogni forma di vissuto
mi pervade
è lì che sembra morta
e invece uccide un io dimesso e stanco
che cerca appigli senza conseguenze
ma queste hanno il sentore della fine
_da sottacere la parola morte_
                              
È lì che cova le sue tarantelle
d’estinzione
il nodo più si stringe
e il tentativo d’allontanamento
è un fuggifuggi da quella che sono
in disperata cerca di quell’altra
che avrei potuto essere ma che
quasi non nata
esige il suo battesimo di pietra
                              
Si scolorano
il ballo, il viso, gli abiti di scena
un lento rimestare in quel che fu
palco in affondamento
il mare in un rigurgito di sale
quando con gli occhi
si chiuderà il sipario
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Non serve il ricettario

                
                
In queste zone brulle
si perde il gusto della traversata
allegorie di chicchere e posate
la cuoca ha cucinato quattro versi
spadellato sonetti tra i fornelli
per non lasciare senza sussistenza
la mente affaticata
                    
zone deserte in mezzo alla cucina
un tavolo accampato tra le dune
la donna dei miraggi
vorrebbe darsi all’ippica
e invece di montare albumi e panna
disseminare sillabe d’azzurro
in groppa ad una nuvolacammello
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Halcón d’Eleanor

 

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Nell’angolo del cielo di settembre
scriveva fiori audaci sulla rupe
quasi arreso
nei suoi pesanti giorni

planava in cerchi stretti
e per un trillo
una misura di parole arcane
accendeva momenti nel reame
ma nulla fu compiuto

sotto grondaie di pioggia
sperava un nuovo cielo di galassie
l’amore rifiorito sulle ali
in cima al mondo

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Di versi che formattano la vita

arrivano composti
e sullo schermo sembrano parole
disposte in forme statiche
come in un trompe-l’oeil
ma sono varchi per condursi altrove
in panorami illuminati a salve
                          
fomentano versioni in lingua ignota
allegorie da cantastorie
quasi da ribaltare
e riadattare al battito del tempo
circondano ogni foglio ed ogni schermo
tuttavia
se un’agonia di sillabe
sottrae luce e talento
si muore di battute tralasciate
in campi seminati di tastiere
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L’opera al bianco

Estinto il rogo, nasce dalla cenere
quella che sembra un’araba fenice
ma è la cicogna dall’uovo mercuriale
ad annunciare il sorgere del sole
_si risorge soltanto se si muore_

è lì che si diventa reversibili
nell’incendiarsi delle cose tutte
nell’atanor del cielo
dove si spegne il sangue
e si diventa stelle

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Questo è tergi_versare (la poesia richiede altro coraggio)

 

Squillano fiori nei giardini
fioricosa
innaffiati al mattino col caffè
nel cabaret delle abitudini
si recita il soggetto dei copioni
siamo gli illusionisti delle foglie
_gli oppressi vanno al macero
in un perenne autunno spaventoso_
così lontano dalle nostre case
il fuggifuggi delle vittime
cadute dagli aerei
fioriture di sangue sull’asfalto

nei giardini dell’odio
s’innaffiano a petrolio
contratti disumani
si lascia il campo libero ai tiranni
_quanti barili valgono una vita?_

Quante donne saranno trucidate
quanti giovani saranno incarcerati
_le bestie hanno chi fabbrica e progetta
strumenti di tortura_
quanto sarà bevuto rosso e vivo
il cuore degli insorti?

Tutto per farci stare zitti e buoni
ad acquistare cibi al supermarket
obesi di silenzio
io pure taccio e mi rimpinzo di serie tv
sono la peggio
_come si dice in questa mia città_
che pure se mi adiro ai malfattori
ho solo l’invettiva del momento
poi me ne vado a letto
e sogno fioriture d’insipienza

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Significati parziali in partiture siderali

Non si può mai definire una cosa
per intero
perché fatta di tempo e mutamento
_bisognerebbe darle un altro nome
ad ogni istante in cui si manifesta_
nomi senza confini
scritture senza regole e grammatica
in alfabeto sacro
coreografico
linguaggio luminoso universale
che in una sinfonia di percezioni
risuonerà nel centro di chi siamo:
casse armoniche
minimizzate dal pensiero fossile
che nemmeno la scienza sa scalfire
pensiero che inciampando su se stesso
cerca rifugio nella fantasia
_fiabe e progetti, sogni e creazioni_

Ma di ciascuno
anche se appare muto
il vero sé
sa ch’è la mente il suonatore
e che il cervello
è il suo incommensurabile strumento

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Periferie da eludere e immanenze

Girare al largo
dalle muraglie di graffiti
_i punti oscuri della propria vita_
dalle insidiose retrovie del cuore
come dalle fascinazioni che improvvise
fanno scrittura e sanno di parole
che allappano la bocca

se mi nasco da sola in questo tempo
nel limbo d’una casa
distante da tragedie universali
_l’occhio non vede, l’anima non duole_
forse rimango piccola ed esclusa
e nelle intermittenze della luna
sparisco a quel che siamo:
isole sperse nel mare di fuliggine
sotto la cappa che una volta il cielo

noi che apprendemmo a simulare pace
ad invecchiare dignitosamente
a persuaderci che
non temiamo la morte
ma solo il nulla e la dimenticanza

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A scanso di equivoci: è solo una pia favola

Ma vorrei
e quanto lo vorrei
sapermi nata
da una stella lontana, sapientissima
una brillanza che mi partorì
e che mi trasferì su questo mondo
perché imparassi a camminare i piedi
avessi braccia per amare e
la mente per conoscere e imparare

forse per ritornare
dovrò salire su una scala mobile
sul raggio che preleva il nucleo assorto
di questa me di cui conosco poco
e la riporta sulla stella madre
che le riveli il molto

il tutto no
perché le stelle sanno anche la fine
e che l’eternità
è una catena d’infinite morti
una catena d’infinite vite

 

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Matrix 

Uscimmo insieme dalla stessa porta
anime in fuga dall’appiattimento
_di codici ammuffiti è pieno il mondo_
e valicammo asperità
guadammo sogni
imparammo il solfeggio delle onde
il divenire sabbia della roccia
il lascito dolente dell’assenza

ci guidava una forza sconosciuta
che partiva dal centro della vita
fiammeggiava negli occhi
e come lava
tracimava d’immagini e parole
in un fluire vorticoso, ardente

con mille nomi firmavamo il vento
gli affidavamo il fiato
perché lo trasportasse oltre le nuvole
e scrivevamo il nostro luccicare
sulle barriere d’ombra
_la speranza che il tempo
fosse la culla dell’eternità_

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