Il segreto dell’arcobaleno

sembra l’intestazione d’una favola
ma è il gioco di prestigio della luce
che dal cappello estrae
la meraviglia effimera
del cielo sulla terra

uno dei più bei trucchi del divino
per consegnarci al ciclo dell’umano
indorandoci pillole e dolori
vita e morte

nei giardini imperfetti stanno i fuori
i dentro stanno tutti alle finestre
irretiti dal viaggio dei colori
sperando di scoprire prima o poi
il punto in cui combaciano col mondo

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Spes ultima dea

 

Forse c’incontreremo 
quando il tempo sarà perduto sogno
e noi reali
_noi che la morte ci rifece vivi_
constateremo che l’amore
non è solo carezza ma respiro
luce che abbraccia un’altra luce
che ricongiunge genitori e figli
amanti e amici
e per l’eternità li rende stelle

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Mareggiare

 

ridono i piedi
_i ciottoli conducono alle spiagge
ultime e vuote_
chiose 

senza asterischi e senza caravelle
nessuna voglia di scoprire americhe
attracchi di fortuna
 _ciabatte in avaria
sui moti ondosi dello scendiletto_
il lento naufragare del futuro

giugno 2019

 

                                                      

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Pareidolia

Leggerete di queste congetture
voi che sapete
quanto sia inesprimibile
il pensiero che tenta di gestirle

chissà se capita anche a voi
che mentre fila liscia un’ideazione
comincia a rarefarsi
quei nitidi colori si disciolgono
quelle parole non più convincenti
perdono senso e forma
e come noi si perdono
nella marea del nulla che dilaga

anche gli amori
appaiono e scompaiono
come visi nei bordi delle nuvole
che mentre li osserviamo
già dileguano

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Mattinata sciatta

Vasi di pietra grigia
un sedile di marmo nel giardino
sull’orologio senza le lancette
il tempo annota voli da smaltire
un gatto ride e subito scompare
Alice infila una vestaglia blu
capelli sulle spalle
ciocche d’inverno come una mantiglia
una traccia d’insonnia sul cuscino

guarda lontano
il cielo sembra scendere sui tetti

nel rumore di vita che l’assale
come se d’improvviso tutto il mondo
fosse scoppiato dentro i suoi pensieri
perde il nome
la forma
il senso
il sé

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Attrazione frattale

 

https://www.publicdomainpictures.net/pictures/290000/velka/fractal-spheres-1546632084ZoY.jpg

Abbiamo corpi fatti di energia
intrattenuti a coltivare giorni
in questo mondo d’ombre
ma siamo anche il pensiero
luce e soglia
che ci disegna in infiniti spazi
dall’oscurità della caverna
al sole

pensiero ch’è la traccia
di te, di me, di noi
di tutto quanto è intelligenza e vita
e forse
per quanto infinitesimi noi siamo
persisteremo in altre dimensioni
geni e memi
nell’ incessante espandersi e mutare
della matrice universale
ignota

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Trait d’union

essere il mare
avere una memoria da risacca
ricordi soffiati nella testa
che affiorano e svaniscono
dissolti come onde nella rena

essere il suono
di chi cammina lungo la battigia
una cadenza appena percettibile
impronta dopo impronta
intonazione d’acqua

essere il tempo
dalla remota notte all’orizzonte
che ci racconta di destini e vita
tracciando sulla spuma
intrecci d’alghe

essere chi
conosce la tempesta ed il sereno
che sta nel mezzo d’ogni cosa, e che
disorientato dalle percezioni
grida l’amore al mondo
sperando in un abbraccio di ritorno

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Interlinee

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S_punti di vista

Ci si vedeva quando il dio dei fiori
faceva primavera sui balconi
nel dare nome a nuvole e coriandoli
quelli di noi sospesi sulle soglie
di stipiti e balconi
_cose di tutti i giorni le cadute_
predissero amnesie
tra recinzioni e strade vuote
                        
quasi di cera corpi di bambini
negli abiti da vecchi
saltarono sui fili del bucato
_li battezzò la dea dei parapetti_
e nel futuro già presente allora
furono sulla giostra a cavalcare
la persistenza dell’amore
il gioco che dà vita ad altre vite
                             
sull’asfalto rimangono i vestiti
e ci si vede nella notte chiara
ad aspettare il sole
nessuna morte a fare da barriera
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L’invisibile Armata

https://images.wired.it/wp-content/uploads/2020/02/19124107/Trial-Coronavirus.jpg

La guerra incalza
nelle trincee del tempo
vanno in esilio sogni e desideri
i pensieri afflosciati nella testa
smarriscono parole
le superfici ondeggiano
periscono le rose sui balconi
i passi sulla ghiaia
le dannunziane piogge nei pineti
l’opera omnia dell’umanità

i merli fischiano
ma non sapremo mai cosa si dicono
gli storni fanno e disfano figure
variabili nel cielo
visti dall’alto siamo microscopici
in questa folle gabbia planetaria
mentre cadiamo a frotte
bersagliati da morbi esponenziali
e da noi stessi

 

 

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Sdialogo ai confini del sé

Lo vedi 
come declina rapida ogni gloria
come ci si dimentica dei nomi
e come si sparisce dalla scena?
Lo vedo
è un vuoto che fagocita gli assenti
uno scenario d’ombre
e le parole dette e quelle scritte
un domino di tessere cadute

Lo vedi
che  mentre dici “sono”
non essendo chi eri e chi sarai
sei l’entità di un attimo
ossimoro infinito?
Lo vedo
ma non essendo il centro
né la circonferenza della sfera
sono chi non esiste eppure esiste
il suo mistero

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Nella città di sabbia

Sui marciapiedi frantumati
prossimi al precipizio
le donne han messo in fila le stagioni
i giorni neri delle assenze
le briciole di voci nei cassetti
gli abiti che non è mai domenica
il passaporto per il letto
il tappetino con su scritto “salve”

gli uomini custodiscono l’entrata
che in effetti è l’uscita
chiedendo il passaporto per la vita
ai reduci di tutte le battaglie

i figli fanno un nido per le madri
che invecchiano e diventano più fragili
smettono di lustrare suppellettili
dimenticano pentole sul fuoco
vedono male da vicino
benissimo lontano
oltre le nuvole

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Dove non si è ritratti né riflessi

Gli specchi appannano la stanza e chi ci abita.

Soltanto le fotografie restano vivide, salvano volti, luoghi, amori, vita. Documentano storia e storie minime, il senso che si dava alla speranza.

Si muove lentamente, i suoi gesti sono diventati cauti e questo la deprime: la rapidità era il suo forte, poteva fare mille cose insieme e nel frattempo progettarne altre.

Affronta questa sfasatura in una sorta di scissione in cui le sembra che una di sé trascorra il tempo a guardare documentari, film e serie di registi audaci, di giovani divulgatori impegnati a infondere dubbi sulle ingiustizie di sistemi iniqui (le caste non sono solo in India) e l’altra si mantenga attiva leggendo, scrivendo, disegnando, ascoltando musica, scoprendo nuove fonti di sapere. Il tutto per  distogliere la mente da pensieri tristi.

Gli specchi, quindi, possono essere ignorati.

La donna che vi appare è sempre più sfocata, si espande fino a confondersi con altrettante forme evanescenti. Vive come sospesa sulla soglia oscillante tra due mondi interconnessi, ora più presente nell’uno, ora nell’altro.

L’angoscia è sostituita da una pacata forma di rassegnazione, ma evita questa parola che suona di sconfitta: cosa ci sarebbe mai da perdere? Non la vita, che finirà comunque. Forse la ragione.

Ecco il suo grande timore: diventare come quegli specchi, opaca, vuota, incapace di dare  e ricevere amore, pesare come un macigno pur essendo un’ombra.

“Stiamo lavorando perché ciò non accada” questo vorrebbe sentirsi dire dalle presenze che a volte percepisce intorno.

Ma le permane il dubbio che siano stratagemmi, adattamenti della psiche per eludere la consapevolezza della fine.

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Flop

A quelli che di semine e raccolti
_mani segnate a calli e terra nera_
fa lo stesso silenzio la poesia
la biografia dei grandi, il saggio storico
le diatribe sui massimi sistemi
gli scambi epistolari
l’astronomia, lo studio dei metalli
la fisica dei quanti
e mille eccetera

quelli che non consumano parole
ma sanno
di malevento e grandine
dell’abbondanza e delle carestie
di lune in alternanza tra le pergole
e che stanno
nella sapienza ruvida dei fatti
come fiori su bocche di cannone
_la miccia coronata è stata accesa_

finito il grano
si morirà di favole e brioches
virali e virtuali
fantasticando di mangiare pane

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Dalla muta alla fisica

https://www.lescienze.it/images/2017/10/25/224056092-32f8e63a-e4fe-4905-998b-073a284feb00.jpg

Fuoriuscita dal bozzolo dell’enfasi
la ninfabruco libera da ingombri
ha rinunciato al volo
appende al chiodo-foglia le sue ali
_per stare in sospensione basta l’aria_
smette gli edulcoranti della vita
il miele e le metafore

quando sarà
svincolata da nomi e da contorni
percorrerà le doppie fenditure
_un’onda infinitesima o un corpuscolo_
il duplice passaggio che asserisce:
l’uno non è mai uno

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Del comparire e scomparire

Nessuno finirà
si estinguono sistemi funzionali
assemblaggi biochimici
ma
né cenere né fossa annulleranno
la scia che non ha forma
l’evanescenza del pensiero, il nesso
che ci trattiene sulla terra
madrepianeta immersa nello spazio
eppure a lei
dobbiamo la vertigine del salto

a noi il coraggio
d’assecondare quanto non sappiamo
d’abbandonarci all’apparente fine
perché accadrà comunque
ma nell’accettazione del destino
avremo quiete
e forse
assieme al senso d’essere vissuti
qualunque cosa sia quell’oltre
noi
ancora lo sapremo

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Matrix

Pronuncia i nostri nomi
con voce di galassie in fiore
noi che siamo
gemme lustrate a fiato

ecco ci chiama
noi che ci fece figli di sua fonte
zampilli e sonagliere
noi che ci travasiamo
e diamo vita a vortici d’amore

canta per noi la madre
la nenia di penombra
e mentre noi dormiamo
ci fa stelle

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Questi giorni

in una linea parallela al mondo
traccia che mai s’incontra
né confluisce in una rigacielo
giorni di zone virulente
tra l’essere e il volere
tra la magnificenza dei mattini
che ancora fanno luminarie ai vetri
e la fatale oscurità del sonno

per affrontare l’apatia che incalza
mi sconnetto dal flusso dei pensieri
minimizzo
ripeto serie e carte       gioco al mondo
vinco di rado
ma il perdere mi salva dal morire
prima che giunga il tempo

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Nel cerchio d’una lingua ignota

e si capiva
come se fosse d’acqua
un ruscellare in vuoti da riempire
e i fossili tornavano animati
a dire del nontempo e delle stelle
il prima e il dopo
il noi delle infinite vite

fu pronunciata un’alba nel remoto
e nel presente luccicò una frase
scorrendo in quell’invaso senza fondo
ci travolse
e mentre cercavamo di svelarla
ciascuno seppe d’essere scintilla
d’un puzzle senza inizio e senza fine
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Quid

fotoni - by criBo

è l’io-pensiero
il sé che sa di Sé
che nel continuo mutare della forma
resta

è l’impalpabile
che non avendo limiti e confini
è puro esistere
nemmeno un punto lo può definire
ente a sé stante

forse c’era da prima
di conoscersi corpo
e forse ancora ci sarà
dopo la sua disgregazione atomica

un io di quanti
in espansione verso l’infinito
forse

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