Di me, di noi

y cassiopeiae

del nostro essere terra e inconsistenza
la caduta dei gravi e nel contempo
amore che ci addensa e ci colora
ed è mistero a oltranza
eternità e momento
il punto e l’infinito
il segno e il vuoto
la finitezza e l‘immortalità

ho una visione che mi dà conforto
nell’insostanza del pensiero:
che siamo forme ottenebrate d’ansia
nell’illusione della compattezza
eppure stelle
velate per nascondere a noi stessi
negli abissi dei cuori e delle fosse
lo splendore che non potremmo reggere:
il dio di luce che respira in noi

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mi sono ritrovata

qui

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da M.A.M.

La tempesta non conta i suoi morti.

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Carcere mimetico

ringhiera - by criBo

                               
Apri le mani e stanno lì
nomi tenuti stretti
gocce di temporali temporali
trattenute nei palmi
le luci no
sfuggirono che c’era ancora il rischio
che diventassero lanterne
che sfoggiassero anonimi barlumi
a un tavolo di carte e di carteggi
vecchio stile

pochi _peraltro ben nascosti_
sinonimi da intralcio
nei centri impermanenti di misure
e non saperla mai la verità
per concertare fughe

suonatori di foglie e fili d’erba
grilli in presa diretta
sulla scena di gabbie esistenziali
residenziali
a volte intorno ai letti

bussavano alle sbarre della mente
il prigioniero
_le scorte di pensieri andate a male_
volle tentare la sortita, ma
si scontrò con gli ultimi ciclopi
guardiani della vita

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Origami

origami casa - by criBo

vagabondare intorno ai propri passi
nel guscio della casa
o starsene sospesi
merli e cicogne in carta di sospiri
fatti di piegature e sortilegi
lasciandosi alle spalle
assurdità da paradisi paraventi
e sempre più distare
dai voli che finirono in sordina

svaniscono nel nulla le figure
__non si possono scrivere sul marmo
il fatto il sogno e il numero dei quanti__

si va restando immobili nel corpo
si sta mentre si spazia oltre il sensibile
nell’universo dell’iperesistere

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“La vecchiaia non è roba da femminucce”

onda e vele - by criBo

“La vecchiaia non è roba da femminucce”
(Bette Davis)

È come attraversare il proprio mare
senza cartografie senza sestanti
sé stanti al gioco delle vel(n)ature
inclinazioni di fiancate
il sottomondo invaso da teredini
__era una volta liscio ogni pensiero_

i segni fanno il dire
che si rispetti un faro o un’occasione
di qualche scalmanata aria follia
sotto una conca di malsano cielo

ci vuole forza a viversi incrinati
a simulare versi e fioriture
__le differenti strategie da sgombero__
viversi come foto senza sfondo
e tra una sigaretta accesa e l’altra
sparire da sé stessi
a fil di fumo

 

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Allocazioni

città  di mare - by criBo

Prima tracciavo _________linee
adesso                           spazi
sono una strada anomala
tratti di guardrail messi di
sgh
      em
            bo
…………………………puntini tanti
mi sposto nell’esilio calligrafico
intercetto   -tra logiche apparenti-
un poco d’avanguardia
                  bando alle penne d’oca
                                        giuliva lei
per altri versi anch’io
traslittero la casa

luglio 2012

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anni fa

https://ancorapoesia.wordpress.com/2011/07/28/giardino-destate/

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Linea arancione lungo un ospedale

frammentazione  Klee - by cribo

_Si faccia una ragione_
dissero con sussiego i portatori
di sacrosante verità
a chi diversamente instabile chiedeva
un bonus d’aria
pagabile in contanti alla gran_cassa
niente che spetti di diritto
ma è concesso
bersi le proprie lacrime

_Si metta il cuore in pace_
dissero piano i franchi detentori
dell’imparzialità
a chi aspettava immobile il verdetto
e allo sportello aveva già pagato
il dato e il tolto
niente che già non fosse preavvisato
ma è permesso
leccarsi le ferite

_Si accomodi sull’argine_
dissero dalle barche i vogatori
di specchiata virtù
che si traghetta quando è calma piatta
quando la terra chiude gli occhi
spegne lanterne e fari
rabbrividisce al tocco
e fa lo stesso
essere vivi o quasi

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Riflessioni di una mente appollaiata su un ramo pericolante

nebbia - by criBo

Scrittori e poeti veicolano attraverso la parola gli aspetti dell’esistenza, registrano eventi e stati emozionali, elaborandoli in maniera personale, tuttavia universalmente riconoscibili.
La cognizione della realtà è la risultanza di schemi culturali che conformano le contestualità in una distorsione rappresentativa che si sovrappone alla percezione istintuale fino a farne perdere la naturale specificità, fino a trasformarla in un complesso di informazioni esteticamente plausibili e consolatorie.
Ed ecco che tutto ciò che riporterebbe la mente a stadi primari di percezione, viene reso evanescente, fissato in un lirismo poetico o in una esposizione narrativa che in qualche modo, anche quando è descrizione di bruttura, lo rivesta del fascino intellettuale socialmente e storicamente convenzionato.
Le nozioni accumulate dalla nascita alla morte, condizionano i rapporti, li cristallizzano in schemi dai quali è difficile liberarsi: la vecchiaia, ad esempio, viene temuta, derisa, esorcizzata, quasi apparentata con la malattia e la deformità fisica e mentale.
Gli aspetti culturali hanno la stessa matrice: assunti dai quali non ci si può sottrarre se non negando la propria identità e appartenenza.
Siamo specchio per gli altri che a loro volta ci fanno da specchio.
Ma chi siamo realmente in questo riflesso: strutture subatomiche a noi stessi invisibili e inspiegabili, o chi pensiamo di essere? L’uno e l’altro? Il percipiente e il percepito?

Resta il fatto che tutto quanto si frappone tra noi e l’alterità, ci fa apparire o sparire dal mondo secondo le immagini che ci rappresentano.
Si viene cancellati quando non si appartiene alla stessa etnia.
Si viene cancellati quando si è poveri e/o ammalati.
Si viene cancellati soprattutto quando si invecchia.
E si muore.
Ma il vero dramma è che l’idea della morte, invece di essere consapevolezza
finalizzata al rispetto della vita, sia compulsivamente occultata, in una sorta di infantile esorcizzazione che ben chiarisce (salvo le rare eccezioni) il livello mentale del genere umano.
In fondo temere la morte è temere la vita, perché il morire fa parte di essa.
Ciò che segue alla propria fine non è più competenza del corpo, del suo cervello e dei suoi elaborati mentali, è semplicemente Ignoto.

Niente di consolatorio, dunque.
La vita è fine a se stessa.

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