il giromondo della luce

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In solide apparenze

“…in definitiva, la realtà della quale possiamo parlare
non è mai la realtà in sé, ma una realtà filtrata
dalla nostra conoscenza…”  Werner Heisenberg

nello spazio di vita in cui m’aggiro
l’aria è una sinfonia di oggetti e quadri
_esistono nel mentre che li guardo_
prima non c’eravamo  
né l’osservato né l’osservatore
in quel contesto

i sensi
attivano perimetri di casa
_il pavimento, quando ti distrai
sparisce in un bisbiglio di piastrelle_
il camminare origina pareti
crea le porte
attraversarle è un gioco di respiro
in un continuo andare e ritornare
dai labirinti della mente al suolo
un filo alla ricerca d’Asterione

e l’io
eroe perfetto della decadenza
è il mito di se stesso
il narratore delle sua esistenza

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Diversamente mobili

Ci sono sedie sparse
brave sedie rimaste senza tavolo
nessuno ormai si accomodava
_se avessero ricordi, che razza di ricordi
potrebbero mai avere?_
Scommetto che lo state immaginando
e sì, piccoli e grandi
figli, amici, ospiti occasionali
impronte sui cuscini a protezione
delle sedute in paglia

indubbiamente
sono la chiara rappresentazione
di ciò ch’è stato e non è più essenziale

forse provano invidia del divano
che ancora accoglie qualche fondoschiena
in vestaglia da camera e ciabatte

ma le sedie
non essendoci feste e commensali
sono inquietanti l’una sopra l’altra
mi piacerebbe, come per magia
vederle andare via, darsela a gambe

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Poesia terraterra

Non c’è consacrazione
a scrivere la lista della spesa
a fare spaghettate all’aglio e olio
a strofinare bagni e lavandini
a sciorinare panni sul terrazzo
non c’è rima
tra bollettini e tasse da pagare
acquisti online
e via dicendo di siffatte cose

ma se avessi
studiato come cingermi d’alloro
sarei la dicitrice dei tegami
_perché, detto tra noi, fare il bucato
soffriggere ciambelle e patatine
baciabbracciare figli e nipotini
sono patenti per vagabondare
a piedi e versi sciolti nelle stanze

la verità, lo giuro a tutto tondo
è che mi rendo immateriale, astratta
contro la me che stesa sul divano
galleggia tra cuscini e palandrane
lo giuro e lo rigiuro
che scrivo un salvagente di parole
soltanto per salvarla
dal lento sprofondare  

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Di anatidi e volponi

Le disse: vieni qui bell’oca grassa
che forse ti addomestico per bene
e ti allestisco la vetrina
disse: odio le oche in genere ma tu
se mi pagassi con il tuo piumaggio
non soltanto l’omaggio ti darei
ma qualche buona luce d’attrazione
_che ne diresti di un faretto blu?_
Così dicendo pregustava il pegno
un’ottima porzione della rendita
vacanze e tredicesima comprese.

Ma lei fuggì di notte e prese il treno
non potendo contare sulle ali
_le remiganti flosce per l’inganno_
un lungo viaggio
fissando il buio dal finestrino

il fischio la svegliò
scese e percorse tutta la stazione
finché uno specchio si parò davanti
: un cigno la fissò
e mentre un altro già spiccava il volo
prese l’abbrivio
e si staccò dal suolo

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Firmare il tempo

Ora parlo di me
da trapassata semplice e remota
a reggere il costrutto della fase
_non ho sbagliato: frase ha un altro effetto_
la rimozione è necessaria per
sancire il patto di proscioglimento
dalle inclusioni: il noi
che avalla nomi e frontespizi

in questa libertà priva d’insegne
redenta e stagionata
oso la vita
scrivendo nudo e crudo
contro la me che anela levitare
o galleggiare sul ruscello in fiore
come l’Ophelia di Millais

schivando il noi dei saggi e dei poeti
convalido scadenze
nome e cognome a margine del niente

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AVVERBI

Essere QUI
ma il senso? È una follia pensarlo
questo qui
che mentre lo scriviamo ci scompare
e lo sperimentiamo
quello stare tra il sé e lo spazio intorno
uno stato di trance disfunzionale
che annuvola certezze
il come e il dove

se il DOVE
fosse una concretezza di cemento
un grattacielo senza fine, che
dal cuore della terra
s’innalzasse da qui all’eternità
sarebbe il COME
ad essere svelato: un ascensore
per anime d’acciaio
nate dal fuoco
e proiettate verso non si sa

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Salmi in gloria

Questa ch’è una scrittura sovraesposta
ha preso luce da una gibigiana
per cui parolevolpi
raggiunte vigne e grappoli maturi
vanno facendo il verso
e il controcanto

solfeggi in me maggiore
in ordine alfabetico
eletti e coldiretti
sfoggiano ruote e pampini
talvolta rubacchiando acini sparsi
che salmodiati ad hoc
arpeggiano  navate e déjà-vu

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Letture stravaganti

Soffioni di tarassaco
sospesi sul terrazzo
sono i capelli della donnaluna
che ignora il baricentro
si sporge dalle forme,  legge il tempo
_ le spaziature più delle parole_
e mette un segnalibro tra le ore

non riveliamo l’assassino, il giallo
è solo un fiore che si spiuma al vento
il maggiordomo stanco
ha rifiutato il ruolo, si è dimesso
è diventato sabbia da clessidra
e donnaluna
finito il suo romanzo
coltiva trasparenze
vetrine senza nulla da mostrare

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Strade che vanno e marciapiedi fermi

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Dislocamenti limbici

procedere a tentoni
il buio in spalla
serve la massima cautela
a traslocare crani e casse
etichette scollate _il contenuto
una pozione per cervelli affetti
da pensieri incurabili_

in solitaria
a investigare dedali e utopie
l’artefice retorico
smarrisce il suo pronome
sguscia tra cappe e spade
diserta le perizie cattedratiche
rimane in sospensione
tra l’essere e non essere nessuno

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Intervista di Raffaela Fazio a Cristina Bove

su La poesia e lo spirito

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La smania di restare e il suo nonsenso

Nessuno è ancora qui
di quelli che son morti, è l’evidenza.
I grandi della storia sono firme
lasciate ai monumenti
e nelle biblioteche, nei musei
la gloria ha la sua breve consistenza
negli occhi di chi passa, legge, osserva.

Nessuno è ancora qui
di quelli noti solo a chi li amava
né sono il marmo che li rappresenta
il bronzo, il falansterio, la cappella
la cenere nell’urna
nell’erba alle radici d’una pianta
in mare aperto

il tempo ci distanzia dagli eventi
ci rende impraticabili agli addii
diciamo “sono andati”
come se fosse un’astrazione
e non l’ineluttabile che incalza

andremo via
saremo il niente di una rimembranza
che non sarà mai più quel viso
quel gesto quel sorriso
quell’abbraccio

_si vive e lo sappiamo
si muore e lo sapranno solo gli altri_

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Dal terrazzo si vedono altre cose

tra panni stesi
il vento che fa vela
cornacchie che volteggiano strafatte
di fumo e di eternit
_una tettoia sbracata nella polvere_
chiesi all’ufficio delle rimozioni
se fosse il caso di sanificare
risposero che come cittadino
avrei dovuto denunciare il fatto
poi si vedrà
intanto prego, le generalità.

Si profilò una sorta di timore
_piccole mafie crescono al riparo
di tetti e di mattoni_
e la salute è una giocata al lotto.

Tolto il camice
levati tocco e toga
la cartella di tasse non pagate
il bisturi
lo scranno
il forno, il banco, il vomere, il volante
la cattedra, i fornelli,
si torna alla routine
come panni lavati e rilavati
presi al mattino e consegnati a sera.

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Questione di a-plomb

Non cado spesso
perché sono paffuta e condensata
un barattolo di buona polpa
_buona si fa per dire_
e nonostante le peripezie
ben conservata

la gravità vorrebbe averla vinta
mi fa tra capo e piedi lo sgambetto
un capogiro
_il barcollar m’è dolce in questo mare_
la combatto
mi giro di tre quarti, è qui la boa
la sedia che mi accoglie e sono al porto

bevo un bicchiere d’acqua
brindo alla mia fortuna d’esser donna
e non una testuggine eremita
ribaltata

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Paradossale

Scrivere e cancellare
usando una tastiera
è quasi una risacca di biancore
che assale le parole
le trascina
nel cestino di tutte le smemorie

si manifesta ciò che non si dice
si esplicita l’assenza
e si asseconda la malinconia
stendendo un velo sull’immaginario
davanti ad uno schermo che ci osserva.

Questo è quanto
per me che penso e subito accantono
redigo il vuoto implicito
abbandono

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Parametrica

è scalpiccio di frasi
piedi e rime
giro di versi in una stanza
anacoluti in tessere
iperboli in caduta effetto domino
                  
una di me raccoglie cocci e sassi
vocaboli calati terminali
placebo alle ferite
analgesia da camerate
                
l’ineffabile
contagia di mistero i resistenti
li ammala di rimpianti
per luoghi ipotizzati ultraterreni
ricordi provenienti dal futuro
li assiste nella logica stringente
_nessuno ne esce vivo_
li prepara
con terapie d’intensa inefficacia
all’ultima sconfitta

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Quei momenti

Quei momenti in cui ti senti una rarefazione dal profilo instabile e avverti una carezza che la sfiora appena, e non è l’aria.
Nel silenzio senti il brusio del tempo e comprendi che il silenzio non è mai totale: è pervaso di sussurri in sottofondo, respiri, minuscoli bagliori, e l’ondeggiare di una sinfonia che ti emoziona.
Potresti essere ovunque, la casa è solo un abito per tutte le stagioni, cambia ogni volta che la osservi. Gli angoli sono congiunzioni tra due schermi, contiguità di pieni e vuoti, spazi tra dentro e fuori, e tu li vedi quasi scomparire mentre la notte scende sul terrazzo.
Al mattino guardi i tuoi piedi muoversi dal letto, calcare il pavimento, dirigersi da soli alle abitudini. Il sole ti fa tana dalle tende, raccoglie i tuoi pensieri scompigliati, ti consegna alle regole del giorno.
Tu, per sentirti ancora consistente, ti prendi sottobraccio e ti conduci al tavolo e ai fornelli.
Ma sai che sei mistero oltre ogni forma, immerso nell’ignoto.

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La mietitrice affetta da clemenza senile

cristina bove

morte luna - by criBo

Ha perso la sua falce nei dintorni
di casa mia, qualunque fosse
ne ha perdute a decine
penso che m’abbia presa a benvolere
se continua a tenere le distanze
dagli annessi e connessi
_le azioni di routine, casse comprese
e cappellini con velette nere_

sembrano diversivi
per guadagnare giorni ai calendari
e forse programmare scorciatoie
di fienagione nottetempo

magari le smarrisce di proposito
per rinnovare quelle arrugginite
e sta aspettando al parco
con una nuova luna, affilatissima

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In punta di pensieri

Può sembrare una stanza
ma è una distesa verde che si estende
dal pavimento all’orizzonte
e lì una donna
lascia che il tempo faccia il suo lavoro

tralascia lamentele
distilla il meglio delle sue giornate
e quando il corpo naviga nel buio
un solecuore le si accende dentro
fino a sfocare il mondo
in una luminanza che l’abbaglia

in quattro stanno a guardia del confine
narrano di pericoli scansati
di camminate sui binari
d’equilibrismi sopra muraglioni
                   acqua passata
                  ora che lei riposa
                  nel cavo della sera

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