i mangiatori di salep
ebbero giorni d’acqua
velari aggiunti dalle nubi basse
a proteggere il sonno dei conigli
da sciacalli e leoni
tra_versi a masticare
radici d’orchidea sull’Ararat
le donne ebbero lenze da calare
ai pesci stupefatti sopra il monte
tutto era mare e senza alcuna ombra
attesero il ritorno della terra
per abbigliarsi ancora a fiori gialli
misero sogni in cassaforte e mali
da non saperne i nomi
lordure fino al sommo dei pinnacoli
le vie della discesa o dell’ascesa
fisse in un muto spazio
ardirono approdare in porti ostili
racchiudere nel cerchio ogni esistenza
eludere le fiere dei gironi
affamate d’inferni e paradisi
i relitti e le impronte degli dei
sulle rotte acherontiche di sangue
affioravano in grembo alla pangea
“… soltanto i fatti contano, soltanto i fatti debbono contare. Noi siamo quel che facciamo. Le intenzioni, specialmente se buone, e i rimorsi, specialmente se giusti, ognuno, dentro di sè, può giocarseli come vuole … E’ l’anima che mente, non il corpo.”
Attraverso Candido, Sciascia esprime il suo convincimento: malgrado le sfortune non è il male in sé che porta alla delusione, ma l’intenzione, che prima lo denuncia e poi lo promuove.
Penso che sia innegabile la distonia. La si avverte soprattutto con l‘avanzare dell’età, quando il corpo oscilla tra levigatezza di pelle e primi cedimenti del viso e trova difficoltà all’adattamento ai nuovi aspetti. Meglio sarebbe una metamorfosi totale: svegliarsi insettaccio cheratinoso, nero, e starsene in attesa d’un colpo di ramazza. Senza alcuna sorella a prendere difese. E invece bisogna adattarsi alle sequenze sempre più pressanti di un tempo che più che procedere tallona. Ci scopriamo complessi strutturali e contraddittori, misteriosi, esposti a ogni evenienza, dalla beatitudine alla catastrofe. Rendersene conto immobilizza e sgomenta. Subentra la rassegnazione. A volte la disperazione. Non solo per sé stessi, anche per i figli; ci si può sentire colpevole di averli immessi in questa realtà inspiegabile, spaventosa nel peggiore dei casi, portatrice di morte comunque. Scriverne è forse catartico, ma mi domando quanta aspettativa ci sia dietro le parole, se ciascuno di noi non preferirebbe a una poesia un abbraccio.
Per dire sono __vista da dentro__
un fuggi fuggi di batteri
una colonia di sistemi organici
vorrei sapere quanto mi esisto nel
nittitare dell’occhio
pre-vedo fantasmi daltonici
sprizzare sangue verde fieno
taglio di vene nel subbuglio
prossime le scadenze
scorgere da lontano l’uomo__senza corpo__
la testa con l’accento dei curiosi
farsi carta da bollo per
cospiratori poeti
boccacce con punteggiatura solenne
d’irreligiosità
sulla strada di polvere
non ha bisogno delle scarpe
la nostra voce scalza
Sono giorni in dislivello perenne
le direttrici sfumano
poggiati alla barriera
preciterebbero di sotto appena si
volgessero le spalle
i dodici pensieri –come gli apostoli-
custodi dei sentieri apocrifi
che poi falsi di spazio e non
di vero scrivere sui muri striature di sangue
passaggi in galleria
le medesime cose starnutite dis_tratte
sono giorni di luttuosità permanente
tanto che
ci si convive ma
le conseguenze hanno lacci spaiati
fiammiferi defosforati nei cassetti
e stanze appollaiate alle finestre
a nord dell’innocenza
a sud della disfatta
a est della miseria mai risolta
a ovest nell’attesa del capitolare il sole
come se mai di un’alba avesse il senso.
Portaci a giorni innocui
nascemmo per esilio di sorprese
__a noi stessi lo fummo__
appena c’incontrammo così nudi e raminghi
da non avere un nome da coprirci
durevolmente il capo
siamo fumo di quelli che le nuvole
inseguono con scarsa simpatia
e non abbiamo ancora concepito
un progetto di noi che ci sottragga ai tuoi.
una linea ch’è quasi un refuso
il tempo che incornicia il rigo
_____astratto si dispone_____
comparativo
boccheggio in un pagliaio
sono l’ago perduto
nelle volute amnesiche svaniscono
scenari e volti incisi
mai veramente visti fino a dentro
affondati nel vuoto tra festuche
sparizioni di teste
ricerche approfondite
non danno risultati
la cruna è un paradosso da fienile
La mia mente è un pagliaccio
crede serio il pensiero, non
sa che giravolte equivoche
occupano gli emisferi cerebrali
crede pure di esistere
il che farebbe ridere gli dei
ma essendo doppio e triplo
anzi multiplo di
se già m’ignoro in qualche scappatella adesso
un’altra pensa che
la vita è bella
ed è qui la catastrofe
la nostra bustarella dall’olimpo
farci credere monocerebrati
e non anfiossi
che già sarebbe civiltà morire in vesti giovani
e non eternizzare decadenza
tentativo indecente
d’una di quelle menti declassate e
buone per le brodaglie di coltura (cloni sapienti)
il genere che impera nelle mie molte teste
l’obbligo di pensare
qualunque cosa essendo manifesto
che
solo così si può concettualizzare
l’immondizia
i teschi
sono soltanto vuoti a perdere
scatole prive d’ogni facoltà (altro che volontà)
e qui
vorrei mostrarvi tutti i contenuti
in avanzato stato di_______________
ma
mi
ci
vi
perdòno esistere
Appollaiata alla tastiera
inerme nel sostantivo femminile
ego da svendere in lettere e simboli
la barra spaziatrice avanza i suoi diritti
altrimentiscrivereicosìchepoisarebbeancoraleggibile
temo una spaccatura singolare
singola linea ____corpo ____ carattere
il mio
di corpo
è quasi tutto in corsivo
non mi riposa necessaria mente andare a capo
di me
di me che rigo il vivere Arial 12
sono il testo di un giorno nel cestino
accartocciato da chissà che nume
intrinseca la sfida a eliminare
con me
tutti che andiamo di gennaio stesi sui margini
e ce ne stiamo in bilico ___attenti a quella virgola___
che
potrebbe spintonarci
giù
saremmo solo un numero
da indice
La felicità conseguita nell’isolamento dal mondo e goduta entro i confini della propria esistenza privata non può mai essere altro che la famosa ‘assenza di dolore’, una definizione sulla quale devono convenire tutte le variazioni di un coerente sensitismo. L’edonismo, la dottrina che solo le sensazioni corporee sono reali, non é che la forma più radicale di un modo di vita non-politico, totalmente privato, il vero compimento del lathe biosas kai me politeusthai (‘vivi nascosto e non curarti degli affari del mondo’). Normalmente, l’assenza di dolore non é altro che la condizione corporea per esperire il mondo; solo se il corpo non é irritato e, per l’irritazione, ripiegato su se stesso, i nostri sensi possono funzionare normalmente, ricevere ciò che si dà loro.
[...]
Lo sforzo mentale richiesto dalle filosofie che per varie ragioni desiderano ‘liberare’ l’uomo dal mondo é sempre un atto d’immaginazione in cui la mera assenza di dolore é vissuta e realizzata nell’impressione di esserne liberati”.
che tentativo assurdo
voler comunicare
me ne sto qui che mi strattono
per trascinarmi fuori
fuori il sole
mi spia dalle persiane
vado a farmi un caffè per non uscire
cado
dal sogno già dimenticato
__si stava così bene!__
le coperte si svuotano di me
che io non posso
accattono parole dal’eterno
impasto
caselle nere tutte
non c’è rimasto il tempo di una croce
sbarrata
fanne fascine – dice – quella sola
bianca (era un no)
mi stringo il corpo addosso
che sembra invulnerabile
__mi salverà il tallone
per uscire dal mondo delle forme?__
se dalle compattezze
è inefficace il verso formulato
il desiderio d’essere immortale
è
lama d’Achille.
Respirano le falle
dagli scardinamenti dei cassetti
inverno da corredi d’aglio
e merletti___ gialli di tempo___ i cavalli normanni alle lor poste
arrivano improvvisi come ladri
senza sapere come troveranno
la casa
una strada perfetta o un mobile tarlato
una tavola adatta ai tiptologi
o un lettino di ferro
da scavarci il suo primo cuore come
la mozzarella fresca
una bambola cieca
ancora i boccoli
del mio bambino biondo platino
e mia madre che nemmeno è polvere
più
che durerà solo un pensiero
artificio di luce
cade la ragnatela__ prima dondola__
cerca di andare a capo
nei muri s’inabissano le voci
ma gli echi…
_________________________________________________________________
Ora di punte infisse
ballano topi zingari nel muro
in ore antelucane arricciano le frange
e certo non è facile resistere
allo squittire ossianico
monotonia che affabula e sconcerta
__perché le cose sfumano e si stingono__
gli spiccioli raccolti per la strada
in mani sconosciute nel soqquadro
gemme di quarzo additano
a un’ospite affacciata – ormai lontana -
il tè fiorito d’ambra
consigli d’amnesie
__ma le cose taciute non si estinguono__
E c’è chi rischia il fiato
andando a meta
sotto uno chapiteau di scorza nera.
È una continua meraviglia sentirsi attratti da altre menti semplicemente aprendo un pc.
La magia di questa finestra che può trasportare altrove, o far fluire il mondo nella mia stanza, mi entusiasma ogni volta che la spalanco e mi pare un sogno poterlo fare.
Nel comunicare il mio pensiero è come dargli volo.
Rifletto: quando mai avrei potuto conoscere le persone speciali che ho incontrato navigando per diporto, quasi senza rendermi conto che stavo toccando rive sconosciute di inaudita bellezza, angoli di mondo che mai avrei potuto conoscere altrimenti.
Ed è vita anche questa: ormai non faccio più distinzione tra le amicizie virtuali e quelle tangibili, per me sono reali tutte.
Alcuni incontri mi hanno arricchita, altri mi hanno fatto conoscere sentimenti che credevo perduti. Anche dolore, e comunque ancora vita.
Ho anche potuto apprezzare l’offrirsi di ciascuno negli aspetti migliori del proprio sé.
Non dipingo quasi più, guardo ogni tanto le immagini di alcuni dei miei lavori passati e sono felice anche di questo, di poterli condividere con gli amici del web.
Inverno ondoso nella tazza
del tè_____ limone o latte
mescolanze di luci è l’ora degli inglesi
petit beurre i biscotti francesi
pomodorini appesi alla finestra sud
quasi è meglio il caffè
per me che sono fiore di vesuvio
una bevuta lava
si metta pure comoda signora__lì
di spalle alla grammatica
dovessero sortire lemmi nuovi o
tentativi di scrivere stempiati di
capelli fossili
stacchi da manovrare con circospezione
la mia poesia fa sobbalzare
lo so
ma non s’inclina né
s’inchina
scrivo da centinaia di anni e ancora
non avendo studiato altri poeti
faccio cin cin all’ignoranza che
mi salverà
anzi mi ha già salvata da
contagi
bevo alla mia salute acqua di mare
nella mia tazza preferita blu baviera
e preferisco il sale
mio
al sal_____gemma di monti inospitali.
ci passano in rassegna
con pronuncia sardonica c’immettono
tra le papille gustative e le corde vocali
ci scrivono le azioni sillabate nel registro dei segni
ci mettono la pen(n)a tra le mani
a tatuarci le tacche dei mattini
o matte dei tacchini (piccole libertà d’amanuensi)
ché veramente seri sono pochi
ci prescindono
come i pifferi che invece di suonare…
ci trattengono quando ci destiamo
dagli assetti (anche affetti) supini
ci tossicchiano intorno balbuzienti
ci rendono refusi inadempienti alle minime regole
ortostatiche
non ci reggiamo in piedi
e loro ci propinano levare andare fare dire ingurgitare
e noi
- verbicitanti, occhi lucidi -
lessicodipendenti incontenibili
ci siamo arresi e ci scriviamo addosso.
il medico prescrive: un cucchiaio di silenzio
lontano dai tasti
.
.
tempo fa, su Letteratitudine, fummo invitati a scrivere un breve racconto
ispirato a questa foto di Yves Klein
io scrissi questo
Il volo
Era da un po’ che lo spiavo. Ogni mattina, quando lo vedevo sorvolare i tetti delle case.
Cercavo di capire in che modo si sollevasse in volo e, se possibile, carpirgliene il segreto.
A dire il vero non è che non ci avessi provato anch’io, anzi, erano anni che mi esercitavo, ma niente, nemmeno da un paio di metri ero riuscito a decollare. Il risultato era poco più che un salto.
Mi dicevo, se lo fa lui posso farlo anch’io.
L’ultima volta mi sono lanciato dalla ringhiera del primo piano. Una gamba rotta, il risultato.
Ieri sono stato tutta la notte a sorvegliare il muro di cinta, ho bevuto tanto di quel caffè da tener sveglio un elefante. Quindi mi sono appostato e ho aspettato.
Era appena sorta l’alba quando l’ho scorto già in volo, coi piedi che quasi sfioravano i comignoli. Quel suo volare sghembo mi ha ricordato l’ange bleu di Chagall.
Ho deciso, stanotte ci riproverò, mi organizzerò al meglio, ormai conosco bene il punto da osservare.
Dal mio sacco a pelo vedo la luna impallidire e le prime luci dell’aurora tingere il cielo al di sopra dei tetti.
Ora scorgo una figura stagliarsi sulla sommità del palazzo, è in piedi sulla sporgenza della grondaia. Ecco, sta aprendo le braccia, il corpo tutto proteso in avanti. Sta per staccarsi.
-Ehi!- grido, alzandomi di scatto e dirigendomi sotto di lui. – Ehi!-
Lui volge il capo verso di me, ha un attimo di esitazione, vedo le sue braccia annaspare, i suoi piedi staccarsi dall’appoggio e poi, come una marionetta disarticolata, precipitare al suolo.
E ora è qui, davanti ai miei piedi, esanime.
O mio dio! E adesso chi mi insegnerà a volare?…
Se fossimo allusioni di serpente
nell’eden delle mele marce
avremmo già pagato il nostro debito
sradicando cicoria
l’albero aveva il tronco brulicante
di larve di sarcofaghe
e gli angeli
non erano nemmeno in calendario
insieme di corpuscoli
una fabbrica a ciclo ininterrotto
di cellule di feci e di pensieri
per contrapposizione ai numinosi
il tempo a vivisezionare
i nostri agglomerati metabolici
non eravamo che suggerimenti
e già ci trovavamo alle fattezze
pronte per smaltimento
noi cibo della terra
ingannati dall’essere felici
____soltanto pochi attimi____
e condannati
a innalzare castelli e cattedrali
disseminare umori, amori, pianti
farci passare per determinanti
benché a determinarsi è sempre lei.
Siamo velluto alla sua veste eterna
il suo alimento
e forse respiriamo per farla respirare.
di stalattiti incombenti
e precise
il fiato si condensa eppure qui fa caldo
nella camera ad est
basta però non sporgersi a guardare
i rigori d’un forestiero inverno
starsene avvinghiati a sé stessi
sorretti a malapena dalle scarpe
traballa perfino il lavandino
appoggio
antiscivolo
verso
un attraversamento verticale
sublima il vomito e
quel ricadere goccia dall’alto
spartiacque dei polmoni
carica a manovella il cuore
fuori
appare tutto uguale –il viso—
ceramica pallida
se qualche verdefiore sullo sfondo
fosse d’azzurro
a inscriverlo in un tondo della Robbia
e l’immortale
Quello della fantascienza era un mondo che mi affascinava da ragazza, e che ancora mi ispira. Si possono fare mille congetture e deduzioni relative alle moderne scoperte della scienza in generale, e della fisica quantistica in particolare.
Nella casa degli astri, ovvero nel blog di Mauro Antonio Miglieruolo, un ottimo scrittore di fantascienza, ma forse sarebbe più giusto dire metascienza, sono coinvolta in una sua iniziativa a sorpresa. Qui
L’ospite ha già suonato
e pronunciato un nome per esteso
da qui alla verità
sta sulla porta dislocato
tra memorie d’eterno
era l’amore condannato a perdersi
– le voci umane –
spazi di sillabe insidiose
che si fosse d’estate o di stagione
anomala intermedia
le perle viola della phitolacca
i primi freddi hanno smemorizzato
siepi di latifoglie e melograni
resistono imperterrite le rose
se mi guardo riflessa
nella stanza dei vetri semoventi
un labirinto-serra
mi vedo giù
mi so
dal tetto della casa
.
Questa opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 2.5 Italia. ______________________________________________________
NOTE
Questo sito non rappresenta una testata giornalistica in quanto non tratta cronaca ma solo testi personali.
Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001
_________________________________________________________
Ogni scritto o immagine qui pubblicati appartengono esclusivamente all'autore, salvo diversa indicazione. Si diffida chiunque a diffondere gli stessi scritti, interi o parziali, senza citare la fonte e l'autore oppure a fini di lucro. (Legge 22.04.1941 n. 633)
__________________________________________________________
per eventuali permessi: http://cristinabove.wix.com/cantonianimati#!contatti