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Archivio per febbraio 2011

Perimetrale

Spostano mobili in galleria
nella mia testa
piccionaia di pensieri
da scambiare di posto
mentre si accalcano gli astanti

qualcuno mi concede attenuanti
generiche
patrocinio gratuito

adatta a un certo pubblico
la scena si ripete nell’inchiesta

giudice di me stessa
in contumacia
m’irrogo stravaganti pene
come attingere fuochi dai vulcani
e conservarli in petto
mimetizzati da bracieri spenti
o stare tra due fiumi in sospensione
a far da ponte

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Il vento e le conifere

Scompagina ogni cosa
qui nella casa delle indecisioni
tra le fessure asmatiche
sono caduti alcuni soprammobili
fuori
l’abbraccio dell’abete
irresina il balcone

allora mi dichiaro sconosciuta
alle imperfette sigle del mio nome
(saperlo con certezza!)
tra scioperi di fiato
e ciuffi di pensieri in differita

traballa questa zolla
dove mi han seminata a fiori

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Ticchettii

Nel cassetto tarlato
minuscoli coni di giallo
la polvere scuote
pupazzi di legno appassito
riversi sul fondo

mi sento appannata
sgualcita
ma solo apparenza, suppongo.

Nel centro rinasco felice
ogni giorno

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ho imparato da sola le gocce

Lascio le giare semipiene
o semivuote
dipenderà da chi le guarda
da quanta voglia avrà
di ridere o di piangere

qualcuno già si affaccia per scrutare
piccoli mari, movimenti ondosi
nel recinto dei cocci

ho rivelato quel segreto vivo
il puntino di bianco nel contorno
per renderne il risalto

continuerò a dipingerne a migliaia
risplenderanno su terraglie
e foglie
non si potrà incavarle con un dito
né basterà
per la cancellazione
distogliere lo sguardo.

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Non di solo acciaio

I miei errori
sono lucertole agli ultimi soli
quando le preghiere non vengono esaudite
e le speranze sono di troppo
logorroici a volte
si divincolano da mani strette a cappio
fuggono dagli sfregi che rigarono il sonno

cercano di persuadermi
fuori da logiche e contesti
eppure so
che non sono siffatti da condannarmi a notte

quale virgolartiglio mi sospende
io che appartengo a fiori e stelle
(abbonatemi il senso e le parole trite)
quale necessità di balsamo
nasconde
morbidezze di cielo in lastre di silenzio?

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Ci sembrano un ritorno
gli ammanchi
le questue di parole
frappongono granelli di cous cous
un sapore di curry
rimescola nel tempo
nelle voci del souk
ci si tenne per mano
mentre nasceva un figlio
si conobbero piccole allegrie
da mondi periferici

intorno un mare di fotografie
a dirci che il presente era già scritto
nell’improvviso cedere degli occhi
nei segmenti d’ombra dei profili.

ti abbraccerei di vite intonse ancora
amica mia
che porti in viso un disarmato dire
e devo accomiatarmi dai tuoi gesti
ridendo un bacio
sull’uscio dei ricordi.

Un incontro ci unisce e ci separa
più della lontananza vera.

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Pensieri in una notte insonne

Batte a sinistra più in fretta
è solo un fremito
nient’altro

devo farmi lo sciampo
spero di avere il tempo
di rendermi carina e presentabile
in fondo è un’occasione
irripetibile
per una prova che non avrà repliche.

Aspetto qualche ora
poi mi lavo mi vesto mi profumo
il rosa sulle guance e un bel rossetto
vivo
dovrei farlo ogni sera
andare a letto truccata per la scena
ma sono troppo pigra
e mi abbandonerò nature
all’evenienza.

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Avanzi di davanzali

Avanzi di davanzali

In cerca di cautela dai balconi
spiccare sempre una risata al termine
atterrate nel folto dei tappeti
le pantofole
tracciano esortazioni a vivere

mi viene in mente che si può sloggiare
d’improvviso da sé
forse mentre si ascolta una canzone
o si taglia una fetta di speranza
sparpagliandone briciole

sul pavimento dei ricordi
mettere una transenna e un salvavita

sembra che il giorno posti una sentenza
all’aprirsi degli occhi
che un fremito dichiari più del tuono
all’amica del tempo che rimane
di quanto sia imperfetto anche il silenzio

forse il canto del gallo fuori orario
sia la risposta a inutili misteri
e un uovo di gallina abbia più senso
di qualunque poesia.

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Proferire

Dice
che la corona
è come biscia d’acqua sulla la fronte
pietra lisciata
nuvola di passo
con le palpebre azzurre d’ermellino
in divisa d’inverno

la panca ha quattro assi
a sorreggere il corpo di bambù
- viene la libecciata, il tuono allarma
spinge le gambe oltre il pendio del sonno
i punti cardinali sconquassati
dalla tosse degli alberi -

làsciati sprofondare oltre le spanne
trabiccolo da quattro giri a vuoto
e partitura scarna
dice
mentre la voce
disegna sulle labbra
un altro suono.

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Di ritorno

Nel vento delle nebulose
si fa festa
a me, figlia d’aggiunte e sottrazioni
una bracciata di dimenticanze
un nome che non so

venni da questo ginepraio di mondo
da circostanze approssimate
sparpagliati pensieri e mezze idee
avevo un nome
dissero
accostai la mia bocca a una tempesta
l’orecchio al crepitare delle pire
vidi gli uccelli della pece
digerire l’eterno

sedetti nella moltitudine
fui scorrere di fonte e fui l’invaso
entravo e uscivo dalle mie certezze
mi riempivo di niente.

Ora la porta è un aliseo solare
reca le mie vittorie
e sono un raggio
d’immensa rifrazione

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Gli acanti

Crescono spontanei
in foglie dai barlumi lattei
sulle scarpate a Trinità dei Monti
capitelli corinzi tra le siringhe usate
si ammucchiano di lato ai muri d’ombra
nel muschio arrampicati come steli
testimoni di un tempo senza pace
senza nessuna meta e garanzia

più in alto il campanile
avalla in cielo al dio delle miserie
i complici di giuda.
Hanno piviali e mitrie
le pance prominenti il riso osceno
al pane e al vino
del cristo che tradirono
preferiscono uova di storione
e gli chateau d’yquem da collezione.

I turiboli offuscano la scena:
che il popolino prono
mai si chieda
con quali governanti e dittatori
dividono la cena.

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Sentiero d’alghe

Ho preparato la mia barca
in questa vita d’àncora
cullata dalle laminarie.
La vela s’è adagiata sopra il trasto
procellarie mi fanno compagnia.

C’era una meta e l’ho dimenticata
a Camelot
ma forse era una darsena d’addii
oggi che il porto sembra quasi giunto
e il sonno mi sorprende abbandonata
all’amnesia

lo so che invece mi dirigo al largo
i capelli a ventaglio sulle onde
e che la donna va perdendo vesti
parole
gesti
fantasie
io che la guardo e sono
ancora me
moltiplicata in vite di universi
sull’orlo di un’eclisse
già avvenuta.

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Nota barocca

Volevo scrivere qualcosa di felice
che non avesse il timbro
di giorni opachi
il verso arrotondato
divino Bach concertatore d’aria
mi sbalordisce in fuga

sotto il piumino d’oca
un po’mi sento ladra d’altri voli
nel cavo delle cose inadeguate
fuori dal mio pensiero vigile

e come si può giungere alla sera
nella smemoria in atto
dove la vita è tolta agli innocenti
per riscaldarci impropri?
Ci vestiamo di morte
la mangiamo
ce ne copriamo a suon di musica

non può valere molto la poesia
o il fregiare di metope
o il danzare
o qualunque altra forma che c’innalzi
se non sappiamo amare altro respiro
se non sappiamo smettere
d’essere predatori.

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