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Archivio per novembre 2010

Infine sono età, ne siamo solo portatori ignari
credendoci evoluti in cartapezza
un angolo di cattedra
- oh, sì, mia cara, sono qui, ti ascolto -
ma niente, prof, era solo per dire
andare per settanta, quale fortuna dicono gli amici
ma questa cifra non la so vedere

- Tu non capisci d’esser prediletta-
Ah sì? Non me ne sono accorta e mi perdoni Dio
o chi per lui, se mi rimane il dubbio
che sia la vita a non contarla giusta.
Avere un corpo
sapete quante cose
ci si possono fare con un corpo?
lo si può accarezzare, alimentare, amare
curare, profumare, inghirlandare
lo si può adoperare, triturare,
ridurlo a scaglie oppure a quadrettini
discioglierlo nell’acido, farci pure il sapone
sentirlo spasimare urlare crepitare…
- Puoi smettere, ho capito -
ma certo, prof, lo si può tacitare.

E l’uomo crede ciò come una sua invenzione
invece ha predisposto tutto Dio:
un corpo lo si forma dentro un corpo
e questo è il primo abuso
lo si espone agli attacchi dei batteri
dei virus, delle cellule impazzite
lo si fa stare immobile, interrotto
dall’alto tradimento della vita
o tranciato di netto
infine lo si priva del calore
e quello che fu un uomo
diventa cibo ai vermi oppure cenere.

Allora, prof? se proprio mi volesse interrogare
è questo l’uomo:
Prêt-à-Porter di carne tremula
sullo chassis di ossa.

- Ma… siamo il pensiero! -

Già… l’ennesimo mistero.

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ce la mettono tutta
pieghe di malamore, ondulazioni
viticci che ne impigliano i pensieri
e
saltuariamente
sparsi di tracce entusiasmanti
si sparpagliano in acqua
a riaffiorare
parole come bolle
o minuscole stelle

se si dipana sulle increspature
e mille guizzi accende
respiri di salsedine
ma gli occhi
che scioglievano ghiacci
hanno chiuso le palpebre sul mondo
l’ondivaga Selene
non sa dove posare
il raggio

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Canone di Pachelbel

Se gli occhi
svoltano l’insonnia
e un’orchestra sdraiata tra i capelli
suona di clavicembali e violini
finisce la parola

incomincia la resa
dei desideri mai rappresentati
perché troppo vicini al paradiso.

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È così anche se…

Non mi dà tregua il mondo::::::::::::::::::::::::::avviene
con la pressione di uno stelo
che scriva sulla pelle mari e voci
ma non sappia prescindere dai versi
ne fummo appesantiti
a volte______________________impronte rosse
le baciava convinto che il calore
desse forma all’assenza

andare ancora a dirsi __________come se le parole
fossero vita assolta______________e non amnesie
volute

in fondo mi è caduto
più che accaduto::::::::::::::::::::::::::di sapermi in due
dove la mente errata corrige sognava
e poi si ridestava sola

qualcuno ancora pensa che i cavalli
abbiano a stare chiusi nei solai
in cassapanche morte
come ippogrifi incartapecoriti

___________________________sarà stupito a notte
quando le gambe svelte andranno a meta
sulla trapunta d’oca
e i fianchi della luna scaleranno
tutti gli inverni in retromarcia::::::::::::::::::::::::gli anni
fatti di zucchero filato
e rimembranze secolari attinte
dove credeva farsi l’infinito

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Sponda

Un luccicare liquido di ciglia
a cadersi dall’alto
e non ricompattarsi mai
vedi la macchia?
La buca nel cemento a forma di ragazza
in alto la persiana semiaperta
Vedi
è una storia arrotolata
una vittoria da dimenticare
a monito di passi
quando volare è già un peccato grave

al tribunale dei feriti lievi
non si fa distinzione
sia un treno che deraglia
o un confettino nella bomboniera
gli uditori
decidono del peso delle cose.
Chi ha smesso i suoi vestiti
ha denudato sassi
a far carambola
sul greto d’un biliardo.

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Si pensa che nel verso sia converso
il senso – chi lo pensa
accaduto e capovolto e chi
narrato nella botte vin de messe -.
L’amica ha già comprato i fazzoletti
per piangermi quel giorno
nero
divelto
afasico
vorrebbe nelle cocche contenute
ore di malesistere.

Sgorgano i miei di mille trafitture
infrangono il collare delle regole
vedono chiose
scritte d’invisibile

Nei giardini dei santi titolati
ecolalia
che si rincorre da una bocca all’altra.

Intanto che l’ennesimo attentato
mi pone su quel ciglio a me già noto
fuori m’agghindo bella
e vittoriosamente ancora viva

l’Ombra dovrà aspettare la mia resa.

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Logica non-contestuale

Le vittorie del tempo sui destini
hanno rigore matematico
chi strappa il sonno alle chimere
àltera il risultato
viene da domandarsi e non è facile
dove ponemmo limiti al pensiero
forse chiedemmo simmetria
nel dire pane e assaporare sangue
nello squilibrio delle discrepanze
e ancora rispettiamo conseguenze
fibrinogeno alacre a rimediare
sbucciature di gomiti e ginocchi
i miei figli da piccoli
giocavano con cifre in addizioni
costruivano mondi con i lego
e paradisi sparsi.
Adesso hanno lo scorrere dei fiumi
il seme delle ignote geometrie
nel generare desideri e corpi.
E noi che l’accogliemmo
nel nostro ventre
il vivere e il morire
non abbiamo che braccia
a cingere d’amore l’incertezza
e mai bastanti alla disperazione.

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Spifferi

Chiudersi alle spalle battenti ricurvi
chiglie
indietreggiare fino a non vedere
preghiere sul selciato
Avanzerete qualche supponenza
come a dire di cose intermittenti
le credevate fisse
non groviglio di serpi

Il mio nido è festuche ormai nel vento
e dove poserò se ancora vivo
il passo della sera?
Un miraggio parlava d’alti monti
di passatoie di sole nella grandine
apriremo le mani nel mostrare
i palmi
al dio delle memorie corte.

Ai bambini seduti sulla soglia
non si racconteranno più fandonie
diremo che a giocare
sono le morti giunte a tradimento
oppure attese
ma che la vita ha invece altri respiri

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Spifferi

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Impalcature

Non so se è tutto un gioco
se non avrà importanza la morale
delle piccole cose
né se darà fiato a trombe
e clangore a trafiggere
impalcature insonni

Quello che adesso è persuasione
coraggio o naturale smarrimento
se non saprò riunificare
il caldo e il freddo
chi sarò mai? Un pensiero
una vibrissa al minimo fermento?..

con movenze di gatto ammaestrato
ora vorrei dimenticare il mondo
essere un punto adatto al gusto e al tatto
un tatuaggio di labbra
un brivido guizzante sotto pelle
e spogliata di me
lambire il suolo.

Invece smisurata
la mia sete di nuvole mi porta
sempre più vuota e sempre più distante
ai confini di me
che sto perdendo.

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Oz

Radici
parevano le vene della terra
segnavano il confine
tra le mie mani e il mondo
oltre s’alzava il cielo
con le sue forme di cobalto
io ne vedevo segni in sospensione
punti di nonritorno

annotavo pensieri a bassa quota
marginali
scontornati dal gesto

lontano
su piani di smeriglio un volto d’ansia
e nell’arcobaleno
voce dipinta ad acqua
un mago prigioniero dello specchio

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Rhynchophorus ferrugineus

La settima del giro sondo
perlustro il suono sotto la corteccia
dove s’annida il punteruolo rosso
nel cuore della palma
e prossima caduta
l’ottava scende in ciangottio
quasi vescicolare
murmure mi sol fa
apre la porta sulla segatura
entrava così dolce…
fiatava appena
una questione fastidiosa
fatta la breccia
osa
rosa
corrosa
sopra le o l’accento circonflesso
per capirci tra noi
ci basta ora saperlo
e rimediare
morta una palma se ne attacca un’altra
su tutti i lungomare
dal Pacifico australe al mar Mediterraneo
e adesso infesta il mondo.

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Sulla luna vivono i progetti abbandonati
(Il titolo è una frase di Assunta Altieri)

.
È sulla faccia tonda
che le civette tacite dai rami
smettono piume e aguzzano gli sguardi
d’argento tra le punte
oh mio cuore! mio cuore!
dove si andrà se nella selva è buio
e i corvi hanno beccato anche le briciole?

Racconteranno mari d’amoerro
verde cangiante in violamelograno
e mongolfiere
che portavano rotoli di sogno
li piantavano mani di bambini
in polvere di luce.
Saranno decifrate nel futuro
architetture d’uomini innocenti.

oh mia gente! mia gente!
le impronte degli adulti improvvisati
cementano il pianeta
si paga il pizzo della solitudine
a sicari e poeti.

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Esagramma 59

Mi proverò a guardare le cose acerbe
e quelle rotte
avrò il coraggio d’osservare anche
le cose marce
non col mirino di Witkin però
né della Arbus
i freaks tento di eluderli
fuggo l’anomalia: mi basta quella
degli incubi di notte e la follia
d’essere viva in questa zona morta
d’un pianeta scordato dagli dei

fiori decapitati nella mano
oso gli steli a chiedere all’I Ching
l’oracolo risponde
“propizio è attraversare la grande acqua”
e senza veli le duecento ossa
circa sessanta chili di vestito
un cuore ubriaco
ricondurre al Tao

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Dal
concavo sovrastano
tra il nascere e il morire
ispiratori
di misteri insondabili
algoritmi d’un software universale
pixel
sullo schermo infinito d’un pc
di cui noi siamo
solamente
il mouse

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o dei poeti

Incomincia a suonare e si dilegua
con dita di xilofoni l’assolo
sulla celesta vertebrale

o soffi di ricordi in canne d’ossi
nidificati in testa
una platea di gente onesta che
decide quando è ora di mangiare
alle tavole bianche di fiandra
poi si pulisce il cuore al tovagliolo

i sonatori hanno le mani sporche
legate da fascicoli d’annata
- nel sessanta ero nata quasi in volo
con dieci corde tese alle clavicole
un filo a piombo
dalle vette d’un attico al plateau-

smettila di frignare dice il cieco
smettila d’agitarti dice il sordo
e la gente normale
quella che spoglia il fico per pudore
dice basta
snudare fiori e numeri da clown

-solo così, mi dicono, è poesia
se non ti sfili i denti dalla bocca
se non espianti visceri
se non sputi e non vomiti parole
tu non sei che uno zufolo stonato-
il poeta è un anatomopatologo
che disseziona strisci da vetrino.

Io mi abbandono agli occhi dei passanti
nuda
punteggiatura senza frase
,

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Goccia grandangolare

    Resiste
    sulla foglia
    quelle più secche sono già cadute.
    L’acero è nudo, brilla
    sopra ogni ramo un grappolo di pioggia
    in lui qualcosa che ci rassomiglia
    piante d’inverno e chiodi
    cristincroce
    e nell’ultima stilla
    farsi specchio
    la vita trattenuta nella bolla
    cadranno insieme
    non sapranno
    come

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Parole senza filtro

Logomachia da dipendenza
effondersi nei versi
espirazione libera
mi stempero di cielo

trattenere l’effimero è mortale
voluta mente tra le nuvole
quindi riprendo fiato
e mi allontano.

Sul mio balcone un killer di gerani
depone il suo veleno
ha un aspetto leggiadro
e uccide fiori

il suo ronzio
niente di cui parlare

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Di svuotamenti e rimozioni

Che il tempo richiedesse
memorie d’impostura
desinenze
contate sulle dita
da sminuzzare come carta straccia
quando una donna vera in carne e ossa
la si vorrebbe taciturna
amnesica
che cancellasse le sue stesse tracce.
E forse lo farà
per non vedere comparsate in nero
svilirne le parole
annichilirne il cuore.

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Increspature

Diceva dell’inverno
concesso a graffi
spifferi di mani
andirivieni d’onde
a definire il mare
le sentiva percorrere nei palmi
storie di carne e ossa
il faro a perlustrare
donne dal cuore di polena
trapassati remoti in linee d’acqua
un fiume scalmanato
disperdersi nei greti
andare a foce
d’amori inflitti
modulazioni sdrucciole
la voce in dissonanza
una campana roca

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