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Da Renzo Montagnoli Libri e Autori
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Da Mauro Antonio Miglieruolo Il giovedì di Cristina e tanti altri articoli imperdibili.
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Sembra il catalogo d’un vecchio
classificatore a mantice
voci di dare e avere le macerie
d’un soporificio aziendale
tacciono le sirene i fumi vanno
a figurare oltre le ciminiere
pareidolie cangianti
intanto che dimentico le porte
i passaggi nei muri
le feritoie di maggio
il maglio batte sulla soglia
tartassa il travertino
in ginocchio il restante di vocali
taciute sottobanco
ai compratori di parole
è una vittoria d’apatia variabile
sulle risorse ormai agli sgoccioli
e chi volesse fingere
dovrebbe avere almeno uno schedario
stabile.
Pubblicato in poesie | 9 Commenti »
prende nel centro delle costole
sferra l’attacco un’alleanza con
piume d’oca selvatica il volo
è salto di squilibri tattici
gocciolare di sole e la colomba grigia
picchiettare la neve
una che pensa d’essere una
che intanto guarda una
che si distoglie una
che madre una
che gesto una
che nero
presidiate da qualche forma astratta
proiettate nei pixel
mutuate da files
vasistas a ghigliottina
lingue saette
ora che si è strappata
una di me che si diluvia dentro
altre che non la sanno confortare.
Pubblicato in poesie | 8 Commenti »
La penna blu sberleffa in aula magna
sdoppio di velamento
in lampade votive il suo sconforto
sotto un riso di braci
la duplice costanza d’incensiere
lingue di flemma antica e antico il corso
di sentimenti arresi
mentre soffiava il mantice s’udiva
scorrimento di lingua sulla curva
salata, il mare in seno
la trasformava in pelle di batrace
in contrapposizione al bianco liscio
da raggrinzire sotto il tacco
amara l’acqua amara l’acqua
una cesta di mele avvelenate
e una moria di pesci arcobaleno
strizzati a mano sulla terra d’ombra.
.
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negli occhi la paura
dei pensieri in disordine
viso che ci si legge il giovane li vedo
i suoi sorrisi bianchi
sulla spiaggia di giorni promettenti
i figli in braccio adesso
che non riesce a mettersi i calzini
quel ragazzo esiliato da se stesso
in questa zona dove manca il noi
dal portico alle stanze
le conclamate incoerenze
distanziano le onde
sonore. In territorio ignoto
e non posso raggiungerlo
sono la sua testimonianza viva
dei suoi tempi inesperti
fotografie incastrate per momenti fissi
che fosse mare o
vetta non c’è silenzio sufficiente
a simulare il prossimo silenzio
che ci dividerà. Che non sarà possibile
evitare. Saremo come un paio d’occhiali
rotti nel mezzo
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qui Cinque
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.
.
Sul Giardino c’è Stefano Guglielmin (blanc de ta nuque)
.e qui c’è il TRE
.
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cari amici, lettori, visitatori, passanti,
confortata dai consensi andrò a continuare quello che spudoratamente chiamerò “romanzo” da offrire senza mediatori, oggi che molta parte della divulgazione letteraria avviene attraverso la rete internettiana.
Mi avvalgo della modalità a puntate, magari ogni giorno uno stralcio, ma l’intento è quello di avere un impegno che mi distolga dalla quotidianità non sempre facile, e nello stesso tempo farvi partecipi di un vissuto, non strettamente autobiografico, ma con uno sguardo al circostante…
Vi confesserò una cosa: mentre rileggevo alcuni capitoli mi sono detta, cavolo, Cristina, ma ti rendi conto che si tratta di un’epoca?
Beh, sono sbigottita, esterrefatta, basita… mi sento bicentenaria, e senza ausilio robotico… o forse sì.
.
qui la seconda parte
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la poesia
Steatite
I corpi essendo opachi
rei confessi
d’essersi condannati alle misure
tratteggiati di spalle
-divisi da divise-
nelle trincee d’imbastiture
imbracciano parole
.
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è un tentativo che non so dove porterà e, se, porterà.
QUI troverete un incipit, se vi andasse di leggerlo, vi chiederei di scrivere se vi incuriosisce o… la vostra opinione, comunque.
In seguito potrei esporvi un progetto che da qualche tempo mi frulla per la testa.
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La poesia del giorno è QUI
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Pubblicato in esperimenti | 10 Commenti »

fessure d’occhi
lacrime di pierrot biacca di luna
coriandoli di grandine
sotto i ponti si passa a miglior vita
nulla si sa di musica da camera
o di saloni d’ambra degli zar
troppe le cose
che non sapranno mai
tra panchine e cartoni
godot giunse di notte
non lo aspettava più nessuno
.
un carnevale gelido
tra campanili e fori
alla periferia di corpi arresi
incandida la piazza
.
c’è una fiumana d’angeli ubriaconi
in tenuta da sballo
che tentano d’uccidere la noia
del monotono impiego
.
ma giustamente consigliati a
cambiare lavoro
organizzano gite intorno al palo
per festeggiare il tempo libero
.
Pubblicato in poesie | 16 Commenti »
Inciamparsi nei
piedi
fare un
micro verso
un
termine di quelli
che
tinti di rosa pallido
dovrebbero
tirarti per il bordo
farti un giro
d’intorno
finché
non ti decidi
ad aprire
un
battente solo
per
sporgerti
nel bianco
Pubblicato in poesie | 14 Commenti »
Se il sonno della ragione genera mostri
il sonno dei mostri genera la ragione
per effetto calzino rivoltato
scivolare di piede e di metafora
perennemente in bilico
la poesia è illazione sonno dei recettori
e nessuna giustifica da rilegarne pagine
in pelle di kanga roo -non capisco-
dissero gli aborigeni australiani
alla domanda dei conquistatori
l’animale era là senza il suo nome e pare
non s’adontasse dell’anonimato
ma se ci addormentiamo sulle chiose
se pure ci chiamassero all’appello
in termini imprecisi
etimologicamente frettolosi
risponderemmo mogli per cappelli*
*(Oliver Sacks)
.
Pubblicato in poesie | 16 Commenti »
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Avrei potuto chiudere i battenti
sulle giaculatorie
sui brandelli di santi nelle teche
ero troppo bambina
per rincuorarmi dal terrore
i capelli di stoppa i femori gli ex-voto
d’oro e d’argento imbalsamati nel
gelido marmo intorno
cariatidi sorrette da cariatidi
monache dai teli plissettati
un’ellisse di viso
dalla cappella dei Turchini i salmi affievoliti
finivano per strada
le voci bianche un mormorio fantasma.
Suor Anna aveva l’alito cattivo
suor Adelina invece
profumava d’arancia, gli occhi stretti però
chiudevano durezze.
Ce ne andremo da sole come
fummo cresciute in fretta, noi
che non avemmo padre
e troppe pseudo madri
ma in fondo per qualche nota seduttiva un foro
acuto in mezzo al petto da morirci di schianto
vivemmo in solitudini affollate noi che crescemmo
presto prima che il male oscuro ci prendesse
noi che dal gelo delle camerate
pettinavamo il cuore alle finestre petali rossi
a tingerci le gote
.
la vita densa ci ha portato altrove abbiamo avuto figli e meraviglie e baci
tombe traslate e nebbia e ancora mentre tutto ci accade e non si sconta
d’amnesia retroattiva il male avuto che perfino l’abbraccio più amoroso
non potrà cancellare non
.
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Pubblicato in il giardino dei poeti | 1 Commento »
Il freddo e la neve di questi giorni mi hanno riportata indietro di circa vent’anni, quando abitavo in una delle ville di un consorzio alle falde di Roccapriora.
La casa era piuttosto malandata, il proprietario ce l’aveva affittata così e avremmo dovuto pensarci noi a renderla vivibile.
Facemmo tutto quanto rientrasse nelle nostre possibilità per ovviare ai tanti problemi che di volta in volta ci obbligavano a correre ai ripari, tubature dell’acqua, caldaia da sostituire, pareti da imbiancare, ecc.
Anche il giardino diede molto da fare, alti pini circondavano la casa e abbracciavano l’immenso terrazzo di lunghi rami che dovemmo potare.
Di fronte c’era una villa pretenziosa i cui proprietari venivano solo nel fine settimana, ma restavano fissi per tutta l’estate.
La signora, una bella donna sulla sessantina, mi aveva offerto un paio di volte della frutta e mi aveva invitata a raccoglierne dell’altra dai suoi alberi stracolmi. Si mostrava benevola e comprensiva, mi lodava per come avessi ridato vita al giardino, perfino la vasca con le anatre e i pesci rossi, e di come riuscissi a portare avanti una famiglia numerosa come la mia, quattro figli, signora, e sempre puliti e ordinati, educati, come ero brava e chissà quante economie dovevo fare per tirare avanti. Però tutti quei cani, eh, mia cara, forse sono un po’ troppi, immagino le spese. Ah, credevo che l’aveste comprata, la casa! Che bravi a curarvene così anche se non è vostra.
Un giorno d’agosto, come facevamo di tanto in tanto, con figli e amici organizzammo una cena festosa. Lo spiazzo tra gli alberi e le aiuole si riempì di tavolini e sedie, furono accesi lampioncini colorati tra i rami, e lampade sui tavoli.
Le amiche avrebbero portato ciascuna qualche specialità.
Io avevo affrescato un’intera parete sotto il grande portico con una scena che pareva la continuazione del giardino.
Sul cancello principale avevo affisso un bel cartello: “Festeggiamo un giorno qualunque perché siamo felici di viverlo insieme”.
In piena serata, ricordando la gentilezza della signora di fronte, vado a invitarla.
Lei, con fare seccato mi ringrazia e aggiunge: ma come vi permettete di fare feste, invece di risparmiare e comprarvi una casa?
L’inverno successivo nevicò a lungo, tutto era immerso nel biancore ovattato e scintillante, spalammo la neve dal viale, mio marito riuscì a mettere in moto la nostra multipla e portare i figli a scuola.
Nella tarda mattinata uscii attorniata dai miei sette cani, bardata di piumone e pantaloni imbottiti da sembrare la réclame michelin.
Sulla stradina principale ormai sgombra di neve, vedo arrivare l’auto dei vicini.
Mi fanno cenno con la mano, si fermano. Dalle portiere aperte in contemporanea scendono padre, madre, figlia e figlio, tutti impellicciati, passamontagna e scarponi doposci.
Fanno una specie di sfilata, con la scusa di abbracciarmi a turno.
Tutto questo squadrando il mio abbigliamento molto, ma molto casual.
Stentai a trattenere il riso, mentre ripartivano.
Raccolsi un po’ di neve dai lati della strada e cominciai a tirare palle che i miei cani facevano a gara ad acchiappare al volo.
Tornati a casa, accaldati e scodinzolanti, mentre riempivo ciotole di croccantini, suona la campanella del cancello.
È la vicina, sempre impellicciata dalla testa ai piedi.
Senta- mi dice- questa è un’occasione da non perdere, per lei e per la sua famiglia, sono un po’ fuori moda, è vero, però sempre pellicce.
Aggiunge che se ci fossi andata a nome suo mi avrebbero fatto un ulteriore sconto.
Le rispondo con garbo che per scelta personale non ne indosserò mai. E che sono anche vegetariana.
Stavolta mi guarda con disprezzo e se ne va scuotendo la testa nel colbacco.
Da allora niente più frutta. E nemmeno il saluto.
Pubblicato in racconti | 38 Commenti »
il sostantivo raggio
imperfetto
che pure apparteneva di sicuro
al sospetto destino delle forme
ai silicati d’invetriate spore
-s’era di quanti e quanti già d’allora-
è sulla soglia nudo
bacia
chi di fatiche ha calendari e chi
dismemorata
ebbe il suo dire al vento
chiamando d’altri nomi un paradiso
piccolo da fiammifero
il suo piede d’arcangelo confuso
stretto nell’uscio tra
la zona franca delle parallele
gli scambi d’intuizione
l’essere figli d’universi alieni
Pubblicato in poesie | 22 Commenti »
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un cielo d’ordinanza incombe a neve
illunamento
occhi di cerva scrutano la siepe
rifrazioni di lampade
ultrasuoni
la mia bocca un’impronta nella cera
.
compro al di qua degli attimi
una cesta di nuvole
da consegnare al vivere
e una lampada immagica
privata del suo genio inadempiente
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le segnalazioni di Renzo Montagnoli
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