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Zona franca

  luminosita 1 -by criBo

 

un piede per andare

sulla soglia

e l’altro trattenuto tra i battenti

 

ma basta una parola disegnata

un bacio tra due virgole e si resta

per non tradire quella voglia insana

di prendere una nuvola d’assalto

 

e si sta insonni

nell’aldiquà  _sperando di partire_

mentre deflagra il mondo

                                     

                                      

da M.A.M.

il giovedì di C.B.

 

A dare retta al tempo

carillon - by criBo

Registrazioni di bambina attenta
note di un carillon
stesso motivo ripetuto e poi
la madre che s’accascia
come la ballerina sul velluto

anni di guerre e di bellezza
gesti di sfacimento e ribellione
il divenire trasparente
la fuga dove il corpo del momento
spariva frantumato in mille me
sotto il coperchio d’ebano intarsiato
_ ma forse era un balcone_

racchiusi nelle scatole d’argento
noi fingitori che viviamo d’ore
di proroghe e scadenze
e degli addii bambini conserviamo le tracce
in orologi e calendari muti

noi  non abbiamo fretta:
si perdono i contatti con le date
le sigle e i timbri apposti alle stagioni
sapendo che il conteggio dei minuti
è di chi è vecchio già da quando è nato

non appartiene a noi la decadenza
noi che vestiamo un corpo _in evasione_
ma in fondo lo sappiamo
che tutto si trasforma e niente muore

                                              

L’acquiescenza delle carte

nu écrite - by criBo

scivolano giù dal letto le scritture
formano una pozzanghera d’inchiostro
sullo scendiletto _ma se non hai mai avuto tappetini!_
è vero, non li ho avuti, ma soltanto per scelta
ché ho smesso da tempo d’abitarmi
e scrivermi graffiti dal seno alle caviglie

sei ripetitiva oggi, lo sai?
Sì lo so ma se dicessi che
non me ne importa un fico fresco _secco, si dice_
ah già, ma secco o fresco
non m’importa lo stesso
:io quella me che si fa bella con l’ombretto blu
non la conosco
o meglio, la incrocio qualche volta per la stanza
faccio finta di niente
c’è un semaforo piccolo da tavolo
tra i suoi pensieri e i miei col rosso fisso

quando chiude la luna nei cassetti
e vive in me la sua controfigura
pipistrello d’argento
si aggrappa ai miei capelli alle mie braccia
nel raccattare sillabe di quella stessa voce
respirata nell’attimo che accade
tutta l’ubriacatura del pianeta
le risate diventano un diaframma
tra donnapesce e l’uomo un po’ bambino che non sa
quanto si possa scrivere d’amore in filigrana
sui mille fogli che talvolta legge ma
non prova mai a guardare controluce

settembre 2013

                                                       

da Rebstein

 “La dimora del tempo sospeso”

questa che segue e altri inediti

Free climbing

Terra verticale
spianata a gambe e braccia
lustrata dai destini degli uomini
arrampicati alle invenzioni
l’arte si rende a quote varie
_____ l’arte
del dire o divagare, credere
che sia lo scopo della storia
l’uomo
e del suo strazio
dei suoi fiori di sangue
lasciato sulla roccia
nudo a stringere in pugno le tempeste

se almeno sorvegliassero gli dei

un punto di contatto
un triangolo che per quanto effimero
risultasse d’appoggio

la cima di qualcosa è già qualcosa
e chi ci arriva
non ha vissuto per la sua vittoria
ma per quella degli altri.

da M.A.M.

Nostralgia di Cristina Bove

Cartografie d’amaritudine

l'isola - by criBo

                               

Pioggia di mezze gocce
nella metà d’un quadro di minuzie
_l’amarsi a dosi minime_ quel tanto
che non imponga ripararsi il viso
a braccia alzate

e paga il dazio l’anima costiera
sperando nello sconto di burrasca
ma non si torna giù dagli altipiani
né si riemerge dagli abissi senza
aver smarrito la metà del cuore

nell’entroterra dei carteggi
al porto d’_elusione
rotte navali mappe e freghi neri
sulla carta d’imbarco per Citera
avvisano che l’isola è scomparsa

                                  

Perseidi

firmamento - by criBo

 

stelle curiose da lassù
indifferenti al vivere e al morire
ci annegano negli occhi

e se non fosse fuggitivo
il cuore
scivolerebbe in zone melittuose
in lingua dal sapore di stagnola
per vicoli di versi e cul de sac

un vuoto ci sovrasta
noi capovolti al sole in
associazioni a qualunquere

.

da M.A.M.

http://miglieruolo.wordpress.com/2014/08/14/non-piu-mi-vesto-a-fiori/

La vigilia del volo

ringhiera - by criBo

 

Sbarcò dall’aliscafo e s’incamminò sul lungomare.
Scendeva la sera e già i lampioni erano accesi. Le macchine incolonnate avanzavano lentamente alla sua sinistra.
Aveva la mente appannata, i pensieri si accavallavano senza concludersi, come bolle subito scoppiate.
Si ritrovò, oltre gli angiporti, sulla salita che conduce alla città alta.
Sostava di tanto in tanto per appoggiarsi al parapetto di pietra che costeggia l’ampia strada. Poche le auto dirette al centro.
Dalla panchina su cui si era lasciata cadere esausta, guardava, senza vedere, il panorama scintillante della città notturna che si estendeva in basso fino al mare.
Una vettura si accostò e ne discese un uomo di mezza età. La osservò per qualche attimo in silenzio.
– Stai, male? – s’informò con tono paterno – Posso esserti d’aiuto?
-Vorrei tornare a casa.
– Sali, ti ci porto io.
L’aiutò a sedersi. Lungo il tragitto le chiese cosa ci facesse a quell’ora, sola, proprio su quella strada.
La ragazza taceva.
Le offrì un cioccolatino, che lei rifiutò, e un succo di frutta che bevve d’un fiato.

Dapprima con frasi smozzicate, poi sempre più chiaramente gli raccontò della notte trascorsa sull’isola, nella piazzetta affollata di turisti e dell’invito del giovane posteggiatore che, finito di suonare, si era avvicinato al tavolino per offrirle da bere.
Di come si fosse risvegliata in una camera vuota, su un letto alto dal quale stentava a scendere, le gambe molli, il feroce mal di testa.
Aveva tentato di ricordare come ci fosse arrivata in quella stanza, ma le venivano in mente soltanto una chitarra e un bibita offerta dal ragazzo, ah sì, i suoi occhi nerissimi, il ciuffo sulla fronte, e quell’odore strano.
Infine era riuscita ad alzarsi e a guardarsi intorno: non c’erano finestre, ma una bocca di lupo, in alto, da cui filtrava la scarsa luce, e una serranda. Forse era il retro di un negozio, c’era anche un bugigattolo con water e lavandino sporco.
Ricordava confusamente l’appiccicume su tutto il corpo, non come avesse fatto a liberarsi e lavarsi, si vide raccogliere da terra i vestiti, la borsa aperta, le cose sparpagliate sulle lenzuola aggrovigliate, chiazzate di sangue.

L’uomo ascoltava, benché intento alla guida.
_Come sei riuscita ad uscire?
Già, come era fuggita?
La testa le faceva ancora male, un barlume: qualcuno aveva sollevato di poco la serranda, chi? Il ragazzo! Le aveva fatto segno di seguirlo, l’aveva presa per un braccio e condotta per viottoli fino alla piazzetta. Dietro si udivano passi e voci minacciose cui lui rispondeva in un dialetto stretto, sempre più adirato.
Al molo le aveva messo in mano un biglietto e indicato l’aliscafo dicendole perentorio: vai e non tornare più.

- Che ti hanno fatto? –
Lei cercava, nella macchia buia che si addensava, come nei sogni che non si riescono a ricordare al mattino, qualche barlume di ricordo più preciso.
Le sfuggì un lamento, il dolore era diffuso in tutto il corpo. Le dolevano le braccia e le gambe, soprattutto le gambe. E il basso ventre.

L’uomo riuscì a farsi dare l’indirizzo di casa e lo annotò su un pezzetto di carta alla luce del parabrezza, ma notando il pallore che adesso la faceva sembrare di cera, capì che sarebbe stato meglio portarla all’ospedale e, malgrado le sue resistenze, cambiò direzione e si diresse al vicino pronto soccorso.

La macchina si arrestò, le aprì la portiera e l’aiutò a scendere. C’era poca gente sulle file di sedie nella grande sala d’attesa. La ragazza si sentiva sempre più debole, ebbe un capogiro e lui la sorresse, accorsero infermieri e medici, fu adagiata su una lettiga e portata via.
Lui aspettò per un po’, ma poi, temendo forse di essere coinvolto in una vicenda di cui avrebbe dovuto dare spiegazioni che potevano essere facilmente fraintese, decise di andarsene.

La ragazza si svegliò, stentava a ricordare come e perché fosse in quella stanza. Scorse sua madre seduta accanto al letto, sembrava assopita; ma quando la chiamò subito accorse e, senza badare al cavo della flebo, si chinò per abbracciarla.
Per un attimo rivide come in un sogno la macchina, il volto dell’uomo intento ad ascoltarla e che, presumibilmente, l’aveva portata fin lì.
Chiese notizie a sua madre, agli infermieri, ai medici, nessuno seppe dirle qualcosa.

Era il tardo pomeriggio quando la dimisero. Mentre si vestiva notò sul tavolino una bellissima rosa. Attaccato al lungo stelo, un bigliettino con su scritto: “Salvatore di nome e di fatto”

Ma non bastò per evitare il salto.

 

 

Errata corrige

L'errore è un'opportunità da cogliere.

RASSEGNA FLP: materiali da testate generaliste su Freud, Lacan, la psicoanalisi

"... evitiamo di sacralizzare il testo, e lasciamoci piuttosto impregnare dall'opera, dato che quello di Freud è un pensiero in perpetuo movimento" (J.-B. Pontalis).

Branoalcollo's Blog

collana di scritti di Carla Bonollo

Altro che poesia

Parlare d'altro per parlare di poesia. Ed il contrario

Poiesis

And as imagination bodies forth The forms of things unknown, the poet’s pen Turns them to shapes and gives to airy nothing A local habitation and a name. – William Shakespeare (A Midsummer Night’s Dream)

Noi, donne protagoniste...

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Legame di sangue significa famiglia?

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questo è il mio notebook

La presenza di Èrato

La presenza di Èrato vuole essere la palestra della poesia e della critica della poesia operata sul campo, un libero e democratico agone delle idee, il luogo del confronto dei gusti e delle posizioni senza alcuna preclusione verso nessuna petizione di poetica e di poesia.

ANDREA GRUCCIA

Per informazioni - Andreagruccia@libero.it

caro televip

lettere agrodolci e confidenziali ai personaggi della televisione italiana (a cura di Akio)

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