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Segnali di

Da Renzo Montagnoli   Libri e Autori

 segnalazioni odierne

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Da Mauro Antonio Miglieruolo Il giovedì di Cristina  e tanti altri articoli imperdibili.

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D’ufficio

 

Sembra il catalogo d’un vecchio
classificatore a mantice
voci di dare e avere    le macerie
d’un soporificio aziendale
tacciono le sirene    i fumi vanno
a figurare oltre le ciminiere
pareidolie cangianti

intanto che dimentico     le porte
i passaggi nei muri
le feritoie di maggio

il maglio batte sulla soglia
tartassa il travertino
in ginocchio il restante di vocali
taciute sottobanco
ai compratori di parole

è una vittoria d’apatia   variabile
sulle risorse ormai agli sgoccioli
e chi volesse fingere
dovrebbe avere almeno uno schedario
stabile.

Punte d’acciaio

by Cristina Bove

 

prende nel centro delle costole

sferra l’attacco un’alleanza con

piume d’oca selvatica                il volo

è salto di squilibri tattici

gocciolare di sole e la colomba grigia

picchiettare la neve

 

una che pensa d’essere una

che intanto guarda una

che si distoglie una

che madre una

che gesto una

che nero

 

presidiate da qualche forma astratta

proiettate nei pixel

mutuate da files

vasistas a ghigliottina

lingue saette

 

ora che si è strappata

 

una di me che si diluvia dentro

altre che non la sanno confortare.

La penna blu sberleffa in aula magna

sdoppio di velamento

in lampade votive il suo sconforto

sotto un riso di braci

la duplice costanza d’incensiere

lingue di flemma antica e antico il corso

di sentimenti arresi

mentre soffiava il mantice s’udiva

scorrimento di lingua sulla curva

salata, il  mare in seno

la trasformava in pelle di batrace

in contrapposizione al bianco liscio

da raggrinzire sotto il tacco

amara l’acqua amara l’acqua

una cesta di mele avvelenate

e una moria di pesci arcobaleno

strizzati a mano sulla terra d’ombra.

.

Per chi…

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 le segnalazioni di Renzo Montagnoli

 


Non le diottrie


negli occhi la paura

dei pensieri in disordine

viso che ci si legge il giovane      li vedo

i  suoi sorrisi bianchi

sulla spiaggia di giorni promettenti

i figli in braccio       adesso

che non riesce a mettersi i calzini

quel ragazzo esiliato da se stesso

in questa zona dove manca  il noi

dal portico alle stanze

le conclamate incoerenze

distanziano      le onde

sonore. In territorio ignoto

e non posso raggiungerlo

sono la sua testimonianza      viva

dei suoi tempi inesperti

fotografie incastrate per momenti     fissi

che fosse mare o

vetta     non c’è silenzio sufficiente

a simulare il prossimo      silenzio

che ci dividerà.     Che non sarà possibile

evitare.     Saremo come un paio d’occhiali

rotti nel mezzo

________

qui Cinque

_______

segnalo

qui il capitolo Quattro

.

da M.A. Miglieruolo la mia del giovedì

.

Orme infestanti

 

Se
fossimo ancora vivi
galleggianti nei mari di frantumi
stralci d’altro convivere
macule di memoria gattopardo
arrese al bianco zinco
vertebra
del sistema periodico
 
se
tinnisse il cateto
d’ogni cuore triangolo
alla cadenza del martello
saremmo note sparpagliate
rotte
piccole croste sulla pelle
d’un pianeta giaciglio
fino a completa sparizione

.

.

Sul Giardino  c’è  Stefano Guglielmin (blanc de ta nuque)

.e qui c’è il TRE

.

continua…

cari amici, lettori, visitatori, passanti,

confortata dai consensi andrò a continuare quello che spudoratamente chiamerò “romanzo” da offrire senza mediatori, oggi che molta parte della divulgazione letteraria avviene attraverso la rete internettiana.

Mi avvalgo della modalità a puntate, magari ogni giorno uno stralcio, ma l’intento è quello di avere un impegno che mi distolga dalla quotidianità non sempre facile, e nello stesso tempo farvi partecipi di un vissuto, non strettamente autobiografico, ma con uno sguardo al circostante…

Vi confesserò una cosa: mentre rileggevo alcuni capitoli mi sono detta, cavolo, Cristina,  ma ti rendi conto che si tratta di un’epoca?

Beh, sono sbigottita, esterrefatta, basita… mi sento bicentenaria, e senza ausilio robotico… o forse sì.

.

qui la seconda parte

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la poesia

Steatite

I corpi essendo opachi

rei confessi

d’essersi condannati alle misure

tratteggiati di spalle

-divisi da divise-

 nelle trincee d’imbastiture

imbracciano parole

.

Chissà…

è un tentativo che non so dove porterà  e, se, porterà.

QUI  troverete un incipit, se vi andasse di leggerlo, vi chiederei di scrivere se vi incuriosisce o… la vostra opinione, comunque.

In seguito potrei esporvi un progetto che da qualche tempo mi frulla per la testa.

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La poesia del giorno è QUI

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masquerade

fessure d’occhi
lacrime di pierrot biacca di luna

coriandoli di grandine

sotto i ponti si passa a miglior vita

nulla si sa di musica da camera

o di saloni d’ambra degli zar

troppe le cose

che non sapranno mai

tra panchine e cartoni

godot giunse di notte

non lo aspettava più nessuno

.

un carnevale gelido

 tra campanili e fori

alla periferia di corpi arresi

incandida la piazza

.

c’è una fiumana d’angeli ubriaconi

in tenuta da sballo

 che tentano d’uccidere la noia

del monotono impiego

.

ma giustamente consigliati a

cambiare lavoro

organizzano gite intorno al palo

per festeggiare il tempo libero

.

Limite o soglia

 

Inciamparsi nei

piedi

fare un

micro verso

un

termine di quelli

che

tinti di rosa pallido

dovrebbero

tirarti per il bordo

farti un giro

d’intorno

finché

non ti decidi

ad aprire

un

battente solo

per

sporgerti

nel bianco

 

 

Canguri e buchi neri


Se il sonno della ragione genera mostri

il sonno dei mostri genera la ragione

per effetto calzino rivoltato

scivolare di piede e di metafora

perennemente in bilico

la poesia è illazione  sonno dei recettori

e nessuna giustifica da rilegarne pagine

in pelle di kanga roo         -non capisco-

dissero gli aborigeni australiani

alla domanda dei conquistatori

l’animale era là senza il suo nome e pare

non s’adontasse dell’anonimato

 

ma se ci addormentiamo sulle chiose

se pure ci chiamassero all’appello

in termini imprecisi

etimologicamente frettolosi

risponderemmo  mogli per cappelli*

 

*(Oliver Sacks)

 

.

giovedì

sulla zattera di MAM

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ruggine - c.bove


Avrei potuto chiudere i battenti

sulle giaculatorie

sui brandelli di santi nelle teche

ero troppo bambina

per rincuorarmi dal terrore

i capelli di stoppa i femori gli ex-voto

d’oro e d’argento imbalsamati nel

gelido marmo intorno

                            cariatidi sorrette da cariatidi

                               monache dai teli plissettati

                         un’ellisse di viso

dalla cappella dei Turchini  i salmi         affievoliti

finivano per strada

le voci bianche un mormorio fantasma.

Suor Anna aveva l’alito cattivo

suor Adelina invece

profumava d’arancia, gli occhi stretti però

chiudevano durezze.

                               Ce ne andremo da sole come

                                fummo cresciute in fretta, noi

                                che non avemmo padre

                                e troppe pseudo madri

ma   in fondo    per qualche nota seduttiva un foro

acuto in mezzo al petto        da morirci di schianto

vivemmo in solitudini affollate  noi che crescemmo

presto         prima che il male oscuro ci prendesse

noi che dal gelo delle camerate

pettinavamo il cuore alle finestre         petali rossi

a tingerci le gote

.

la vita densa ci ha portato altrove abbiamo avuto figli e meraviglie e baci

tombe traslate e nebbia e ancora  mentre tutto ci accade e non si sconta

d’amnesia retroattiva il male avuto     che perfino l’abbraccio più amoroso

non potrà cancellare                                                                              non

 

.

Sul Giardino

http://giardinodeipoeti.wordpress.com/2012/02/07/abele-longo/

Ricordo d’inverno

Il freddo e la neve di questi giorni mi hanno riportata indietro di circa vent’anni, quando abitavo in una delle ville di un consorzio alle falde di Roccapriora.
La casa era piuttosto malandata, il proprietario ce l’aveva affittata così e avremmo dovuto pensarci noi a renderla vivibile.
Facemmo tutto quanto rientrasse nelle nostre possibilità per ovviare ai tanti problemi che di volta in volta ci obbligavano a correre ai ripari, tubature dell’acqua, caldaia da sostituire, pareti da imbiancare, ecc.
Anche il giardino diede molto da fare, alti pini circondavano la casa e abbracciavano l’immenso terrazzo di lunghi rami che dovemmo potare.
Di fronte c’era una villa pretenziosa i cui proprietari venivano solo nel fine settimana, ma restavano fissi per tutta l’estate.
La signora, una bella donna sulla sessantina, mi aveva offerto un paio di volte della frutta e mi aveva invitata a raccoglierne dell’altra dai suoi alberi stracolmi. Si mostrava benevola e comprensiva, mi lodava per come avessi ridato vita al giardino, perfino la vasca con le anatre e i pesci rossi, e di come riuscissi a portare avanti una famiglia numerosa come la mia, quattro figli, signora, e sempre puliti e ordinati, educati, come ero brava e chissà quante economie dovevo fare per tirare avanti. Però tutti quei cani, eh, mia cara, forse sono un po’ troppi, immagino le spese. Ah, credevo che l’aveste comprata, la casa! Che bravi a curarvene così anche se non è vostra.

Un giorno d’agosto, come facevamo di tanto in tanto, con figli e amici organizzammo una cena festosa. Lo spiazzo tra gli alberi e le aiuole si riempì di tavolini e sedie, furono accesi lampioncini colorati tra i rami, e lampade sui tavoli.
Le amiche avrebbero portato ciascuna qualche specialità.
Io avevo affrescato un’intera parete sotto il grande portico con una scena che pareva la continuazione del giardino.
Sul cancello principale avevo affisso un bel cartello: “Festeggiamo un giorno qualunque perché siamo felici di viverlo insieme”.
In piena serata, ricordando la gentilezza della signora di fronte, vado a invitarla.
Lei, con fare seccato mi ringrazia e aggiunge: ma come vi permettete di fare feste, invece di risparmiare e comprarvi una casa?

L’inverno successivo nevicò a lungo, tutto era immerso nel biancore ovattato e scintillante, spalammo la neve dal viale, mio marito riuscì a mettere in moto la nostra multipla e portare i figli a scuola.
Nella tarda mattinata uscii attorniata dai miei sette cani, bardata di piumone e pantaloni imbottiti da sembrare la réclame michelin.
Sulla stradina principale ormai sgombra di neve, vedo arrivare l’auto dei vicini.
Mi fanno cenno con la mano, si fermano. Dalle portiere aperte in contemporanea scendono padre, madre, figlia e figlio, tutti impellicciati, passamontagna e scarponi doposci.
Fanno una specie di sfilata, con la scusa di abbracciarmi a turno.
Tutto questo squadrando il mio abbigliamento molto, ma molto casual.
Stentai a trattenere il riso, mentre ripartivano.
Raccolsi un po’ di neve dai lati della strada e cominciai a tirare palle che i miei cani facevano a gara ad acchiappare al volo.
Tornati a casa, accaldati e scodinzolanti, mentre riempivo ciotole di croccantini, suona la campanella del cancello.
È la vicina, sempre impellicciata dalla testa ai piedi.
Senta- mi dice- questa è un’occasione da non perdere, per lei e per la sua famiglia, sono un po’ fuori moda, è vero, però sempre pellicce.
Aggiunge che se ci fossi andata a nome suo mi avrebbero fatto un ulteriore sconto.
Le rispondo con garbo che per scelta personale non ne indosserò mai. E che sono anche vegetariana.
Stavolta mi guarda con disprezzo e se ne va scuotendo la testa nel colbacco.
Da allora niente più frutta. E nemmeno il saluto.

Apparenze contrarie

il sostantivo raggio
imperfetto
che pure apparteneva di sicuro
al sospetto destino delle forme
ai silicati d’invetriate spore
-s’era di quanti e quanti già d’allora-
è sulla soglia nudo
bacia
chi di fatiche ha calendari e chi
dismemorata
ebbe il suo dire al vento

chiamando d’altri nomi un paradiso
piccolo da fiammifero
il suo piede d’arcangelo confuso
stretto nell’uscio tra
la zona franca delle parallele
gli scambi d’intuizione
l’essere figli d’universi alieni

Bazar

.

un cielo d’ordinanza incombe a neve

illunamento

occhi di cerva scrutano la siepe

rifrazioni di lampade

ultrasuoni

la mia bocca un’impronta nella cera

.

compro al di qua degli attimi

una cesta di nuvole

da consegnare al vivere

e una lampada immagica

privata del suo genio inadempiente

.

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le segnalazioni di Renzo Montagnoli

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